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Mutui usurari ed applicazione dell`art. 1815 c.c.

Infondatezza della distinzione tra interessi moratori e corrispetivi ai fini della nullità in caso di interesse moratorio usurario dovuto alla banca

Mutui usurari ed applicazione dell`art. 1815 c.c. - Infondatezza della distinzione tra interessi moratori e corrispetivi ai fini della nullità in caso di interesse moratorio usurario dovuto alla banca

Alcune recenti pronunce della giurisprudenza di merito escludono l'applicabilità della sanzione della nullità di tutti gli interessi pattuiti, in caso di acclarato superamento del tasso soglia antiusura da parte dell'interesse moratorio, sulla base dell'assunta diversità funzionale tra interessi corrispettivi ed interessi moratori

L'art. 1815 c.c., comma 2, sancisce che "se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi".

Ora, se è vero come è vero che l'interpretazione della legge deve partire dal dato letterale della norma, allora non si può non constatare come la disposizione codicistica in esame parli degli interessi in modo assolutamente indifferenziato, sia quando fa riferimento alla pattuizione usuraria, sia quando si riferisce alle conseguenze della predetta pattuizione sulle dinamiche contrattuali. Pertanto, la sanzione della non debenza riguarda ogni tipologia di interessi.

Il risultato non cambia, anzi, risulta ancora più evidente, adottando il criterio interpretativo sistematico.

La legge 7 marzo 1996 n. 108, con la finalità di predisporre un valido strumento per la lotta all'usura, si è mossa su tre piani complementari. In primo luogo ha stabilito un criterio oggettivo per la determinazione dei b>tassi soglia per singole categorie di operazioni finanziarie, in modo da rendere oggettivo e predeterminabile il tasso di interesse oltre il quale è configurabile il reato di usura.

Su un altro piano, la normativa in esame ha previsto la punibilità del reato suddetto, al verificarsi del fatto oggettivo consistente nel superamento della predetta soglia, oltre che in altri casi in cui, pur non essendosi verificato detto superamento, vi sia approfittamento delle condizioni soggettive del mutuatario

La legge 108/96 ha completato la tutela in materia di usura novellando 1815 c.c., prevedendo che, in caso di pattuizione di interessi usurari, la clausola determinativa degli interessi è nulla nella sua interezza, prevedendo a carico del mutuante la sanzione della non debenza di ogni tipo di interesse.

E' fondamentale evidenziare che, ai fini della determinazione del tasso usurario, l'art. 644 c.p. impone di tenere conto di tutto quanto pattuito a titolo "di commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate all'erogazione del credito". Ai fini della normativa antiusura, quindi, il concetto di "interesse" è unitario e, invero, più ampio di quello ricavabile dalla disciplina codicistica, atteso che per la normativa in esame assumono rilievo tutti i costi necessariamente connessi al contratto di mutuo, siano essi relativi alla remunerazione del capitale o a prestazioni accessorie. E', quindi, il costo complessivo del mutuo che deve essere al di sotto del tasso soglia, a nulla rilevando se il superamento di detto tasso avvenga a causa degli interessi in senso stretto pattuiti per la remunerazione del capitale oppure per altre voci, non aventi natura meramente remuneratoria, come le spese per polizze assicurative obbligatorie, per le commissioni per l'istruttoria della pratica creditizia o gli interessi moratori.

L'unitarietà del concetto di interesse nella normativa in questione viene confermata ed evidenziata dal D.L. 29 dicembre 2000 n. 394, convertito con modificazioni nella legge 28 febbraio 2001 n. 394, il quale, all'art. 1 comma 1, statuisce che ai fini dell'applicazione dell'art. 644 del codice penale e dell'art. 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite previsto dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento.

Ancora più chiara è la ratio della predetta norma, alla luce della relazione governativa di accompagnamento al citato decreto legge, nella quale si fa espresso riferimento alla volontà di includere ogni tipo di interesse, "sia esso corrispettivo, compensativo o moratorio".

Il legislatore, quindi, nonostante avesse ben presente la distinzione tra tipologie di interessi e, in particolare, tra interessi corrispettivi e moratori, allorquando ha adottato provvedimenti come il D.L. 394/2000 e la successiva legge di conversione, che avevano la finalità di chiarire la portata applicativa dell'art. 644 c.p. e dell'art. 1815 comma 2 c.c., non ha inteso modificare il riferimento indifferenziato di tale ultima norma ad ogni categoria di interessi, così scegliendo palesemente di non limitare la portata della stessa, sia nella parte relativa alla convenzione usuraria, sia in quella inerente la sanzione della non debenza degli interessi nulli, alla sola tipologia di interessi di cui sia stata accertata l'usurarietà, confermandone quindi l'estensione ad ogni tipo di interessi.

La conseguenza di quanto innanzi dedotto è che alla nullità degli interessi moratori fa seguito il diritto del mutuatario al rimborso di tutti gli interessi corrisposti ed alla restituzione della sola quota capitale residua, nel termine fissato dal piano di ammortamento.

In questo senso, peraltro, si registrano specifici ed illuminanti riscontri nella giurisprudenza di merito (cfr. Corte Appello Venezia sentenza. n. 342 del 18.02.2013; Trib. Parma, ordinanza del 14.07.2014; Tribunale di Padova, II Sez. Civ., ordinanza del 14.03.2014; Tribunale di Trani, ordinanza del 10.03.2014).

Anche la giurisprudenza di legittimità, ha sancito che ai fini dell'applicazione dell'art. 644 c.p. e  dell'art. 1815 c.c., comma 2, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori (Cass. Civ., sez. I, 09.01.2013 n. 350. Nello stesso senso si vedano Cass. Civ., sez. I, 17.11.2000 n. 14899; Cass. Civ., sez. III, 04.04.2003 n. 5324), con pronunce che paiono aver confermato la tesi dell'applicazione dell'art. 1815 comma 2 c.c. senza distinzione tra tipologie di interessi.

Per altro verso, va rilevato che alcun rilievo assume il mancato effettivo pagamento degli interessi di mora da parte del mutuatario, atteso che costituisce dato incontrovertibile che, tanto l'art. 644 c.p., quanto l'art. 1815 c.c., a norma del già citato D.L. 394/2000, si applicano agli interessi da considerarsi usurari nel momento in cui gli stessi sono convenuti o promessi ed a prescindere dal loro effettivo pagamento.

A margine, mette conto rilevare la dicotomia tra interessi corrispettivi ed interessi moratori è tutt'altro che pacifica tanto in dottrina quanto in giurisprudenza.

Già con la risalente sentenza n. 2 del 27.04.1981, il Consiglio di Stato rilevava che "vantaggio del debitore e danno del creditore appaiono così - come realmente sono in un'economia creditizia - fenomeni speculari. Sicchè la posizione rispettiva degli interessi moratori e di quelli corrispettivi si presta ad essere rovesciata e quella distinzione diventa tralatizia dopo che il nuovo codice ha adeguato il regime degli interessi legali al principio di corrispettività, secondo le esigenze e le i (cfr. Cass. Civ. 22.04.2000 n. 5286).

In dottrina è stata più volte affermata la unitarietà degli interessi moratori e corrispettivi da diversi autori, tra cui si segnalano, tra i più autorevoli, Quadri, Le obbligazioni pecuniarie, in Trattato Rescigno, 9, UTET, 1999, 521 e seg.; Inzitari, "La moneta", in Tratt. Dir. Comm e Dir. Pubbl. Econ, a cura di Galgano, Cedam, 1983, IV, 206 e segg.; Libertini, voce "interessi" in Enc. Del Diritto, XXIII, Giuffrè, 1972, 101 e seg.;

 

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