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LA SEPARAZIONE, IL DIVORZIO E LA LEGGE - parte 1

1. VIOLENZA, ABUSO E ABBANDONO

LA SEPARAZIONE, IL DIVORZIO E LA LEGGE - parte 1 - 1. VIOLENZA, ABUSO E ABBANDONO

LA SEPARAZIONE, IL DIVORZIO E LA LEGGE
 
 
1. VIOLENZA, ABUSO E ABBANDONO
In questo capitolo affronteremo il problema della conflittualità che degenera in comportamenti violenti con eventuale coinvolgimento dei figli. Si pone in questi casi il problema di dare tutela effettiva alle persone coinvolte, facendo in modo che la giustizia non arrivi troppo tardi. C’è da dire subito che un ostacolo importante ed insospettabile alla tutela è dato dalla frequente scarsa “collaborazione” proprio da parte delle vittime dei maltrattamenti.
In primo luogo occorre precisare che il solo maltrattamento a danno di una persona della famiglia, a prescindere se esso abbia o meno  conseguenze dannose, costituisce reato punibile con la reclusione da uno a cinque anni, a mente dell’art. 572 del Codice Penale; lo stesso articolo dispone che nel caso in cui dal maltrattamento derivino lesioni alla vittima, la pena può arrivare fino a vent’anni, a seconda della gravità delle lesioni stesse. Il maltrattamento che configura questo tipo di reato consiste in una condotta volta a sottoporre la vittima ad una serie di sofferenze non solo fisiche, ma anche morali, in modo abituale, instaurando un sistema di sopraffazioni e di vessazioni che avviliscono la sua personalità, secondo l’interpretazione data dalla Suprema Corte di Cassazione.
In secondo luogo, il coniuge che commetta reato di maltrattamenti in famiglia sarà obbligato a risarcire il danno cagionato all’integrità fisica e psichica delle vittime, coniuge e figli, quale conseguenza civile del reato. Il risarcimento potrà essere chiesto già nell’ambito del procedimento penale tramite un atto che prende il nome di costituzione di parte civile; oppure potrà essere oggetto di un giudizio autonomo davanti alla Magistratura civile.
Ancora, le malversazioni poste in essere da un coniuge nei confronti dell’altro hanno conseguenze anche nell’ambito del giudizio di separazione: si tratta, com’è ovvio, di gravissime violazioni degli obblighi di assistenza reciproca che legano ciascuno dei coniugi e dunque costituiscono causa di addebito della separazione; ciò, si badi, a prescindere dall’avvio dell’azione penale e di quella risarcitoria a cui si è appena accennato.
Purtroppo però, come si diceva all’inizio, la difficoltà che da sempre si riscontra nel dare adeguata tutela alle persone danneggiate da questo tipo di comportamenti sta nel fatto che il luogo in cui questi si esercitano è la residenza domestica, dove le vittime convivono stabilmente con il violento; e con il violento devono continuare a convivere - anche dopo che abbiano trovato la forza di denunciare i maltrattamenti subiti - per il tempo necessario all’accertamento del reato ed alla sua punizione. Ora, generalmente, le indagini necessarie per accertare questo tipo di reati richiedono tempi troppo lunghi (alcuni mesi, se non di più), durante i quali la vittima delle violenze si trova esposta alle pressioni ed alle  ritorsioni del coniuge violento, rischiando così che la situazione di violenza ed abuso possa reiterarsi e magari anche aggravarsi e degenerare in episodi ancor più gravi. Come si vedrà, la legislazione recente ha introdotto alcuni strumenti che cercano di dare una risposta vera e non solo formale alle esigenze delle vittime di abusi familiari; dunque è quanto mai opportuno saper utilizzare, tra i mezzi di tutela apprestati dalla legge per queste situazioni, quelli che consentono un più rapido ed efficace intervento, in base alle caratteristiche del caso concreto, come si vedrà più avanti.
A volte a complicare la situazione interviene la riluttanza che spesso manifestano le stesse vittime della violenza domestica. Molte, moltissime volte, capita che si rechino dall’avvocato donne che portano ancora i segni dei maltrattamenti subiti, ma che poi, messe di fronte alle possibili soluzioni, si rifiutano di sporgere querela contro il marito; altre volte, invece, quando pure si convincano a compiere questo passo, corrono poi a ritirare la querela non appena il marito promette loro che tutto cambierà. Per quanto si possano umanamente comprendere questi comportamenti, frutto di un dilemma non certo facile da gestire per le persone coinvolte in queste vicende, c’è da dire che così facendo le vittime delle violenze domestiche fanno del male prima di tutto a loro stesse. Ciò non solo perché continuano ad esporsi ai comportamenti violenti ed imprevedibili dell’altro coniuge, che possono sempre e comunque sfociare in episodi più gravi; ma anche perché rendono in concreto più difficile tutelare la loro posizione nei confronti del coniuge violento. Per chiarire, si pensi al caso di una donna che, vittima di violenze gravi, sporga querela contro il marito, poi poco dopo la ritiri; poi subisca di nuovo un’aggressione e corra di nuovo dall’avvocato, quindi in questura; ma poi ritiri nuovamente la querela fidandosi nuovamente delle promesse del marito, che giura che cambierà. Ebbene, quando questa donna si deciderà a tutelare finalmente gli interessi propri e dei propri figli correrà il rischio concreto di risultare poco credibile, mostrando una personalità fragile e magari incline all’isterismo, con il risultato di apparire – al limite – essa stessa la causa della rottura del matrimonio. Nella migliore delle ipotesi, non le risulterà facile dimostrare in modo attendibile la verità dei fatti, a causa di un comportamento contraddittorio che potrà essere comunque valutato come argomento di prova dal giudice, anche in sede di separazione.
 
 
Tratto dalla monografia “Separazione e divorzio: manuale di sopravvivenza”, a cura di Francesco Maina, © 2007 Ecomind Srl; www.ecomind.it. Riprodotto su licenza dell’Editore.





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