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LA SEPARAZIONE, IL DIVORZIO E LA LEGGE - parte 3

1. MEZZI DI TUTELA DALLE SITUAZIONI DI ABUSO NELLE CRISI FAMILIARI 2. TUTELA PREVENTIVA

LA SEPARAZIONE, IL DIVORZIO E LA LEGGE - parte 3 - 1. MEZZI DI TUTELA DALLE SITUAZIONI DI ABUSO NELLE CRISI FAMILIARI 
2. TUTELA PREVENTIVA

1. MEZZI DI TUTELA DALLE SITUAZIONI DI ABUSO NELLE CRISI FAMILIARI
Come accennato, le vittime di comportamenti violenti nell’ambito domestico possono ottenere tutela in sede civile e penale. In sede civile, l’autore del fatto illecito sarà condannato a risarcire il danno cagionato con il proprio comportamento; in sede penale sarà condannato ad una pena (il carcere, nonché eventuali pene accessorie, come la perdita della potestà genitoriale), che rappresenta la punizione che lo Stato commina a comportamenti ritenuti particolarmente riprovevoli.
L’azione civile si esercita tramite un atto che si chiama citazione, con cui l’autore del comportamento dannoso viene convenuto a comparire davanti al Giudice civile; questi, all’esito di un procedimento regolamentato nel suo svolgersi dal Codice di Procedura Civile, deciderà in merito alla domanda di risarcimento dei danni. L’azione penale richiede, invece un passaggio in più, poiché essa, formalmente, è esercitata non direttamente dalla vittima del reato ma dagli organi dello stato deputati a perseguire i fatti criminosi. Pertanto il primo atto che compie il privato leso dalla condotta violenta del coniuge è quello di sporgere querela presso gli uffici di Polizia Giudiziaria (Polizia, Carabinieri, etc.); la querela può essere presentata anche oralmente: in questi casi vi è l’obbligo dell’Ufficiale di Polizia Giudiziaria di raccogliere le dichiarazioni del querelante. Con la querela si porta a conoscenza della Polizia Giudiziaria il fatto criminoso (in questo caso il reato di maltrattamenti in famiglia); la Polizia Giudiziaria trasmetterà la notizia di reato alla Procura della Repubblica, l’organo della Magistratura che si occupa di indagare sui reati che vengono commessi, per chiedere eventualmente che il querelato venga sottoposto a processo penale. Solo all’esito delle indagini -  che vengono svolte dal Pubblico Ministero – ci sarà, se del caso, l’apertura di un giudizio penale a carico dell’autore del reato; giudizio che potrà poi concludersi con l’assoluzione o con la condanna alla pena stabilita dalla legge.
 2. TUTELA PREVENTIVA
Come detto la sanzione penale non esclude quella civile e viceversa. Tuttavia, sia l’una che l’altra hanno la caratteristica di giungere soltanto all’esito di un procedimento giurisdizionale, che può durare anche diversi anni. Come già spiegato, è invece fondamentale, nei casi in esame, poter disporre di strumenti con cui intervenire immediatamente, in funzione preventiva, che impediscano il protrarsi di comportamenti violenti e diano sicurezza alle vittime nel tempo necessario a far valere le proprie ragioni davanti al Giudice che comminerà le dovute sanzioni.
C’è da dire che sino a pochi anni fa il nostro ordinamento giuridico registrava una grave carenza in materia: il primo vero intervento specifico si è avuto soltanto con la legge n° 154/2001, che ha introdotto i cosiddetti “ordini di protezione”, mutuati dall’esperienza dei paesi anglosassoni.
Con l’ordine di protezione si può ottenere il risultato di far disporre da un giudice l’allontanamento dalla casa familiare del coniuge o del convivente che si sia reso colpevole di una condotta che cagioni  grave pregiudizio alla libertà od all’integrità fisica o morale dell’altro coniuge. Questo provvedimento è adottato dal Giudice civile, all’esito di un procedimento molto snello, che nei casi più urgenti può svolgersi anche senza la preventiva audizione del coniuge ritenuto colpevole delle condotte da sanzionare.
Il procedimento si avvia con il deposito di un ricorso nella cancelleria del tribunale del luogo di residenza del ricorrente; ricorso che può essere presentato anche dalla parte personalmente, cioè senza ausilio di un difensore (per quanto sia assolutamente sconsigliabile rinunciare alla difesa tecnica in materie così delicate). Il Giudice designato per la trattazione sente le parti, assume sommarie informazioni sui fatti oggetto del ricorso e quindi emette il provvedimento. Se ritiene il ricorso fondato, ordinerà al coniuge o convivente di cessare la condotta fonte di pregiudizio per l’altro e disporrà l'allontanamento dalla casa familiare del coniuge o del convivente che ha tenuto la condotta pregiudizievole prescrivendogli altresì, ove occorra, di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dall'istante: luogo di lavoro, domicilio della famiglia d'origine, ovvero di altri prossimi congiunti od altre persone, luoghi di istruzione dei figli, etc. Il tutto si svolge in un procedimento rapido e scevro di formalismi, in cui il Giudice ha ampio potere discrezionale sui provvedimenti da adottare nel caso concreto e sulle modalità di attuazione degli stessi.
Il giudice può disporre, altresì, il pagamento periodico di un assegno a favore delle persone conviventi che, per effetto dei provvedimenti adottati, dovessero restare prive di mezzi di sussistenza adeguati. Ove occorra può disporre anche l'intervento dei servizi sociali del territorio o di un centro di mediazione familiare, nonché delle associazioni che abbiano come fine statutario il sostegno e l'accoglienza di donne e minori o di altri soggetti vittime di abusi e maltrattati. Ove sorgano difficoltà o contestazioni in ordine all'esecuzione del provvedimento del Giudice, questi provvede ad emanare i provvedimenti più opportuni per l'attuazione, ivi compreso l'ausilio della forza pubblica e dell'ufficiale sanitario.
Come si diceva, questi stessi provvedimenti possono essere adottati dal giudice anche inaudita altera parte, cioè senza la preventiva audizione del coniuge ritenuto autore della condotta pregiudizievole. Ciò avverrà nei casi più gravi, in cui si ponga il problema di provvedere con la massima urgenza, quei casi in cui, come prima si è detto, si pone il problema di dare effettività alla tutela riconosciuta alle vittime degli abusi e delle violenze. In queste situazioni, il Giudice emetterà un decreto con l’ordine di protezione ed i provvedimenti del caso; entro breve termine tuttavia, si provvederà ad ascoltare l’altro coniuge e raccogliere elementi di prova sulle circostanze esposte dal ricorrente. All’esito, il Giudice potrà confermare, modificare o revocare le decisioni assunte prima di ascoltare l’altro coniuge.
Come si è detto il procedimento ora illustrato si svolge davanti al giudice civile; tuttavia l’art. 342-bis del Codice Civile fa espressamente salva l’ipotesi in cui il fatto denunciato costituisca reato perseguibile d’ufficio. Dire che un fatto costituisce reato perseguibile d’ufficio significa dire che esso dovrà essere punito dal giudice penale anche in assenza di una querela da parte della persona danneggiata; si tratta, com’è facile capire, delle ipotesi più gravi di reato, in cui la pretesa punitiva dello Stato viene prima dell’interesse del danneggiato. Quando un reato è perseguibile d’ufficio, qualsiasi pubblico ufficiale che, nell’esercizio delle proprie funzioni, venga a conoscenza della commissione del reato stesso è obbligato ad informare la Procura della Repubblica, che a sua volta è obbligata ad iniziare le indagini a riguardo. Nel caso in esame, qualora una persona si rivolga al giudice civile per ottenere un ordine di protezione e la condotta dell’altro coniuge sia tale da configurare un delitto perseguibile d’ufficio, il giudice civile sarà obbligato a trasmettere gli atti alla competente Procura della Repubblica, che designerà il magistrato (Pubblico Ministero) responsabile delle indagini, secondo il procedimento brevemente descritto poco sopra.
Anche nell’ambito del procedimento penale, la legge 154/2001 ha apprestato uno strumento di efficacia analoga all’ordine di protezione che emette il giudice civile, e che può essere utilizzato indifferentemente quando si procede per reati perseguibili d’ufficio o anche solo in seguito a querela di parte. Si tratta della misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare, che ha contenuto analogo all’ordine di protezione assunto in sede civile, anche riguardo alla possibilità di fissare un assegno in favore del coniuge che si venga a trovare in stato di necessità in conseguenza dell’allontanamento dell’altro. All’atto pratico, si può notare, dunque, come il coniuge danneggiato da violenze ed abusi del convivente possa trovare analoghi strumenti di tutela sia quando decida di sporgere querela, sia quando invece preferisca restare nell’ambito della tutela civile (fermo restando che, in caso di reati perseguibili d’ufficio, l’azione penale verrà esercitata comunque, su impulso del giudice civile obbligato a trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica).
Entrambe le tipologie di provvedimento sono pensate e volute dal Legislatore come rimedi transitori, destinate a perdere efficacia quando interverrà la sentenza di separazione o di scioglimento del matrimonio, che disciplineranno definitivamente gli aspetti personali e patrimoniali dei successivi rapporti della coppia. In particolare con il provvedimento che chiude il giudizio di separazione o divorzio si provvede in via definitiva sull’affidamento dei figli (che in questi casi sarà presumibilmente un affidamento esclusivo ad uno dei coniugi), sull’assegnazione della casa familiare e sull’eventuale corresponsione di un assegno in favore del coniuge in situazione di bisogno: dunque l’ordine di protezione perde la sua ragion d’essere, poiché il coniuge “violento” esce dal nucleo familiare in via definitiva e non si dà più l’occasione di perpetrare il reato di abusi in famiglia. Per lo stesso motivo la procedura speciale per richiedere ed ottenere l’ordine di protezione non si applica qualora sia pendente un giudizio di separazione o divorzio: in questi casi l’ordine di protezione andrà richiesto nell’ambito dello stesso procedimento di separazione o di divorzio.
 
Tratto dalla monografia “Separazione e divorzio: manuale di sopravvivenza”, a cura di Francesco Maina, © 2007 Ecomind Srl. Riprodotto su licenza dell’Editore. WWW.ECOMIND.IT


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