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La Sensibilità Chimica Multipla e le malattie rare

Esistono molte malattie rare per le quali è possibile chiedere assistenza allo Stato o promuovere una causa risarcitoria in danno dei responsabili.

La Sensibilità Chimica Multipla e le malattie rare - Esistono molte malattie rare per le quali è possibile chiedere assistenza allo Stato o promuovere una causa risarcitoria in danno dei responsabili.

Mi accostai al primo paziente che presentava una diagnosi di Sensibilità Chimica Multipla (di seguito indicata con la sigla MCS) – una signora di Firenze, era il 2002 – inviatami  per una valutazione psicodiagnostica ed ebbi subito modo di constatare che la unica patologia psicologica in atto era quella derivata dalla sofferenza per la primaria malattia. 

Da allora, ho studiato un certo numero di persone affette da SCM ed anche da altre patologie ‘rare’, verificandone subito l’assetto complessivo della personalità, proprio per escludere l’interferenza con tratti strutturali di tipo francamente psicopatologico, tali da far pendere la bilancia diagnostica in favore di una origine psichiatrica della situazione. 

Inoltre, dopo un iniziale approccio basato quasi esclusivamente sulla valutazione in Asse I e II del DSM IV TR, mi sono reso pragmaticamente conto che non era la deriva psicologica quella più importante, bensì quella neuropsicologica, ovvero gli aspetti maggiormente colpiti in questi soggetti si rivelavano essere quelli cognitivi: memoria, attenzione, capacità esecutive, concentrazione e tutte le altre funzioni ascrivibili. Pertanto, dalla fine del 2013, mi sono dedicato alla valutazione di tali aspetti nei soggetti con la diagnosi di MCS e delle altre patologie ‘rare’, addivenendo a risultati stimolanti e importanti, particolarmente sulla metodologia di indagine da utilizzare per evidenziare i deficit in cui incorrono queste persone, quando esposte agli agenti che innescano la reazione più critica.

Infatti, se trattati in ambiente bonificato, i soggetti non mostrano abbassamenti nelle loro  prestazioni cognitive e  dato che  il mio intervento è sempre finalizzato ad evidenziare il danno, ho dovuto elaborare un protocollo diagnostico che prevede una lieve stimolazione al paziente con sostanze per lui nocive, che possono scatenare la reazione avversa.

Tornando al punto precedente, prima di elaborare quel protocollo diagnostico di cui sopra, spesso i miei sforzi per evidenziare un importante danno psicologico derivato dalla malattia si infrangevano nell’assenza di sintomi ben definiti in Asse I – meno che mai in Asse II - lasciandomi dubbioso sul come proseguire. 

Come spesso accade nella ricerca scientifica, la necessità pratica di permettere l’emersione del disagio di fronte ad una Commissione valutativa, mi fece nascere l’idea di sottoporre i soggetti ad una esposizione controllata di sostanze che scatenassero l’ingresso nella fase di malessere, per dimostrare sperimentalmente – ma in una situazione del tutto pratica - a quali deficit cognitivi i soggetti andassero incontro e quale significato altrettanto pratico questo comportava per la loro esistenza. Recentissimamente, ho scoperto che anche durante una ricerca pubblicata sullo ‘Scandinavian  Journal Of Work Environment and Health’ nel 2003, ci si era diretti ad una riproduzione sperimentale  dell’ambiente ‘tossico’ per  i malati di MCS, per valutare anche le eventuali diversità nelle  risposte cognitive. 

In tutti i ‘casi’ da me esaminati dall’inizio del 2014 ho riprodotto in parte la condizione sperimentale che caratterizzava il predetto studio, ed ho tratto i risultati che sotto brevemente espongo. In questa che considero una prima fase della sperimentazione pragmatica, mi sono avvalso di prove neuropsicologiche che avessero anche la possibilità di essere somministrate in ‘forme parallele’, per vedere la differenza tra le due applicazioni. Non ve ne sono molte e soprattutto di impiego che non affatichi ulteriormente i pazienti quando iniziano ad avvertire i segni del malessere che li colpisce con la stimolazione di disturbo. Ma ci possiamo attrezzare meglio nel prossimo futuro. 

Protocollo diagnostico  sperimentale per lo studio delle conseguenze neuropsicologiche della MCS:
I Fase: somministrazione test in ambiente non contaminato:
prove per la memoria ed il livello cognitivo generale
II Fase: esposizione del soggetto ad un pezzo di cotone idrofilo contenente alcool denaturato, del comune tipo per uso domestico, per alcuni minuti. La durata è variabile a seconda del disturbo provocato nel soggetto. Somministrazione test:
forme parallele dei test sopra citati, studio delle funzioni esecutive

Sino ad oggi ho somministrato detto protocollo a 9 persone (3 uomini e 6 donne) ed i risultati ottenuti sono univoci nel mostrare cadute significative di performance cognitiva una volta che i soggetti sono stati esposti allo stimolo per loro tossico. Qui non abbiamo un gruppo ‘sano’ di  controllo,  ma ho misurato la differenza tra l’assenza di una condizione di disturbo  e quando esposti al fattore scatenante – e quest’ultimo  è  costante nella vita di tutti i giorni. 

Prof. Dott. Giuseppe Castellani 

Consulente scientifico per le malattie rare dell'Avv. Saverio Crea
C.T.U. Tribunale di Firenze
Docente di Psicodiagnostica alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ‘Erich Fromm’-Prato
Docente di Neuropsicologia e Psicologia Forense  Polo Psicodinamiche - Prato
Già Consulente del Consultorio Psicologico del Dipartimento Militare di Medicina Legale di Firenze
Socio Ordinario della Scuola Romana Rorschach e della   Società  Internazionale  Rorschach
Socio della Società Medico Odontoiatrica Legale Toscana-SMOLT
Commissario UGL Medici Nazionale per Firenze e Provincia -Responsabile Nazionale  per lo stress lavoro correlato
Socio AIBeL- Associazione Italiana Benessere e Lavoro 

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