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Consulenza e assistenza fiscale e tributaria

Paradiso o inferno fiscale?

Uno dopo l’altro, i c. d. “paradisi fiscali”, ossia quei Paesi che garantivano bassa tassazione e completo anonimato, stanno scomparendo

Paradiso o inferno fiscale? - Uno dopo l’altro, i c. d. “paradisi fiscali”, ossia quei Paesi che garantivano bassa tassazione e completo anonimato, stanno scomparendo

Gli Stati Uniti, con il noto trattato FATCA (Foreign Account Tax Compliant), il cui obiettivo è combattere l'evasione fiscale dei contribuenti americani, consentendo all’Internal Revenue Service (IRS – Autorità fiscale americana) di costituire una struttura per raccogliere, su base annuale, informazioni da parte di istituzioni finanziarie non americane, relativamente ai redditi conseguiti e alle attività detenute dai soggetti americani all’estero, hanno tracciato il sentiero (già, peraltro, indicato dall’OCSE), necessario per consentire a tutti i Governi di tassare i redditi dei loro cittadini, ovunque prodotti. 

Il problema dei c. d. “paradisi fiscali”, in effetti, non è legato (come spesso erroneamente si pensa) alla circostanza che in taluni Stati esista un’imposizione bassa o praticamente nulla, quanto alla necessità di conoscere l’identità dei soggetti che operano in tali Paesi, posto che già sono regolarmente previsti ordinari trattati contro la doppia imposizione (siglati da quasi tutte le nazioni) che consentirebbero, in ogni caso, di riprendere a tassazione nell’effettivo Stato di residenza ogni reddito prodotto all’estero. Tanto per capirci, a esempio, anche l’Italia, con riguardo alle imposte sulle successioni e donazioni, può oggettivamente considerarsi un “paradiso fiscale”; ma da noi non esiste alcuna forma di anonimato. Conseguentemente, l’inserimento di una nazione nella c. d. white ovvero black list dipende dal tipo di scambio di informazioni che viene garantito in quello stesso Paese nei confronti degli altri Stati, e non tanto dal livello di imposizione tributaria ivi esistente. 

Al riguardo, le testate giornalistiche enfaticamente riportano la sottoscrizione degli accordi tra l’Italia e le altre nazioni considerate, da sempre, “paradiso fiscale”. Così, per citare le più note, San Marino, il Lussemburgo, la Svizzera e il Liechtenstein hanno provveduto a stipulare degli accordi che permettono un adeguato scambio di informazioni, relativamente alle società che operano con sede stabilita entro i loro confini e, soprattutto, con riferimento ai capitali che sono ivi detenuti dai soci delle stesse entità economiche. 

Posto che non rilevano con il tema di cui qui si discute, tralasciamo di menzionare i casi concernenti il “nero” che le persone fisiche hanno nel tempo celato presso le istituzioni finanziarie di tali nazioni, approfittando del previgente segreto bancario, questioni che ovviamente riguardano illeciti comportamenti evasivi perpetrati in patria e non all’estero. 

Tornando, però, alla “propaganda” giornalistica di cui sopra, e senza voler per forza circoscrivere il tutto a un fattore meramente politico (seppure, inutile negarlo, tale immancabilmente appare), occorre effettuare alcune brevi considerazioni, evitando di farsi prendere per il naso da certa “informazione”. D’altronde, se le classifiche mondiali hanno, anche di recente, ribadito quanto sia indietro l’Italia in tema di libertà di stampa, una ragione deve pure esserci. Emblematico, a esempio, l’articolo apparso qualche giorno fa’ sul sito dell’Ansa, che compiva l’apologia del Governo Renzi, riportando una serie di inesattezze tecniche da far rabbrividire persino gli scolari delle elementari, e indicando (giusto per restare in tema) come unica pecca, la mancata attuazione delle riforma scolastica, la quale, guarda caso, è stata subito dopo invocata dal premier, come prossima azione di Governo. A questo punto, aspettiamo solo di conoscere quale sarà la prestigiosa carica a cui verrà destinata quella “brillante” articolista dell’Ansa, che ha così diligentemente svolto il suo compitino, previamente assegnatole dal Presidente del Consiglio. 

Innanzitutto, sgombriamo il campo dagli equivoci e non fermiamoci ai titoli, ma approfondiamo bene gli argomenti. 

Ieri, la firma con la Svizzera; oggi, l’annuncio: “Adesso, torneranno in Italia X milioni di euro”. Nulla di più lontano dalla realtà. 

Punto primo: la maggior parte dei soggetti a “rischio”, sono a conoscenza della questione da tempo (non foss’altro perché direttamente avvisati dalle stesse banche svizzere) e, o stanno agendo tramite voluntary disclosure, o hanno già provveduto a “spostare” il maltolto. 

Punto secondo: non è previsto, nell’accordo, che la Svizzera, di sua iniziativa, trasmetta una sorta di lista nera all’Italia, e, in ogni caso, i patti siglati si perfezioneranno solo a partire dal 2018; quindi, si è ben lungi, “adesso”, dal vedere questo improvviso rimpatrio di milioni. 

Ultimo, ma non meno importante, a parte qualche (per loro, Svizzeri) poveraccio di noto cantautore con un paio di milioncini accatastati alla bene meglio, le cospicue ricchezze assai difficilmente salteranno davvero fuori. E, purtroppo, con tali patrimoni, intendiamo quelli drammaticamente letali. 

Richiamiamo l’attenzione su alcuni fatti, stranamente, poco enfatizzati dai media: le attività che richiedono il maggior investimento di capitali, superfluo dirlo, sono quelle belliche (gli armamenti costano; le truppe pure; e le organizzazioni terroristiche più di tutto il resto). Ebbene, avete mai letto di qualche grave attentato accaduto in Lussemburgo, o nel Liechtenstein, o in Svizzera? Eppure sono tutte popolazioni capitaliste, non islamiche, dell’Europa occidentale… 

Il ministro Padoan, reduce dalla firma con il suo alter ego elvetico, ha affermato: “Questi trattati sono dovuti alla crisi economica globale”. Ringraziamo il ministro per la lezione gratuita, ma, a questo, ci erano già arrivati anche gli scolari delle medie (un pochino più grandicelli – è vero – di quelli delle elementari, prima citati). Oseremo, peraltro, rilevare che alla crisi si è giunti proprio per il dissennato laissez faire che ha sempre regnato nei Governi occidentali (e non solo), artatamente spacciato come libertà economica. Ciò detto, non si comprende bene se dovremmo pure arrivare all’assurdo di ringraziare la crisi economica che flagella le imprese (specie quelle italiane), posto che in caso contrario, gli evasori veri avrebbero continuato a farsi sberleffi delle leggi e del popolo dei tartassati. In ogni caso, giusto a proposito di tartassati, se gli Italiani fossero sottoposti a un’equa imposizione fiscale, assai probabilmente il problema non si porrebbe neppure; quanto meno, non certo in tale spropositata misura. 

Insomma, come scriveva il grande Bertrand Russell: non perdete mai il vostro scetticismo. 

Riportando il discorso a valutazioni di carattere tecnico, è indubbio che il mondo sia cambiato (affermazione, d’altronde, oggettivamente valida fin da quando il caos generò l’universo) e che la stragrande maggioranza di operazioni fiscali transnazionali palesemente elusive (oltre che, in tanti casi, occorre ammetterlo, davvero ridicole) non avranno più alcuna possibilità di perpetrarsi. 

Lecito, dunque, porsi la domanda: è davvero finita la pacchia o esiste ancora qualche oasi di benessere? 

La risposta (che, del resto, già quasi tutti i lettori conoscono già) è: esiste eccome; e anche più vicina a casa nostra di quanto a volte si possa immaginare. Il fatto è solamente che non è più così semplice e immediato riuscire a sfruttarla, come si faceva prima. 

Un’iniziale potente arma da usare contro tali sofisticati comportamenti è, per esempio, lo strumento del ruling internazionale, che consente, da un lato, di dare certezze operative alle grosse società, le quali possono così liberamente agire e far girare il volano economico, e, dall’altro lato, di incamerare le conseguenti somme da parte dell’Erario sul fondamento di un’equa tassazione. 

In osservanza alle direttive emanate dall’UE e dall’OCSE, il tassello indispensabile resta, però, senza dubbio l’emanazione di una normativa sull’abuso del diritto. Ma, come già abbiamo avuto modo di scrivere anche recentemente, il Governo nostrano ha deciso (con l’aberrante ipocrita scusa della connessa querelle sul 3% “salva-Berlusconi”) che questa è una di quelle riforme, poi, non così importanti, e che può ancora aspettare. 

Certo, Matteo, comprendiamo, ora ti stai giocando il jolly della riforma della scuola che tutti attendono frementi. O, meglio, quasi tutti: gli studenti del liceo classico, invero, sono solo particolarmente ansiosi di sapere se dovranno nuovamente ritornare a chiamare il loro biennio, ginnasio. 

Tutte questioni “fondamentali” che possono davvero spingere in alto il livello dell’istruzione italiana…

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