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Vizi e frivolezze nell'assegno di mantenimento

Lo stravolgimento della funzione originaria dell'assegno di mantenimento per il coniuge, ad oggi quantificabile anche sulla base del superfluo

Vizi e frivolezze nell'assegno di mantenimento - Lo stravolgimento della funzione originaria dell'assegno di mantenimento per il coniuge, ad oggi quantificabile anche sulla base del superfluo

”Se in costanza di matrimonio venivano effettuate spese voluttuarie da parte della moglie, contestate dal marito, ciò era comunque ulteriore indice dell’elevato tenore di vita della famiglia!” Questa è – per intero – la motivazione con cui la Suprema Corte ha legittimato quotidiane sedute da parrucchiere, estetista e massaggiatore quali “spese rientranti nell’ordinario” (Cfr. Cass. Civ. Sez. I 2579/2015).  

 

Ciò è quantomeno bizzarro e stravolge la ratio e la funzione originarie dell’assegno di mantenimento nell’ambito della crisi matrimoniale. Fondandosi su un precedente del genere si potrebbe giungere a legittimare qualunque tipo di spesa. È noto per dictum dell’art. 156, 1° co. c.c. e per l’orientamento prevalente in dottrina e giurisprudenza, che il diritto all’assegno di mantenimento spetti al coniuge cui non sia addebitabile la separazione e che non disponga di adeguati redditi per il mantenimento di un tenore di vita tendenzialmente analogo a quello che i coniugi erano in grado di godere durante il matrimonio in base al loro reddito e al patrimonio complessivo.  

 

Il tenore di vita goduto durante la convivenza però, deve essere identificato avendo riguardo allo standard di vita reso oggettivamente possibile dal complesso delle risorse economiche dei coniugi, tenendo quindi conto di tutte le potenzialità della coppia in termini di redditività, capacità di spesa ecc. A costruire un tale complessivo equilibrio concorrono anche il quotidiano contributo domestico alla gestione della famiglia e la condivisione di spazi e strumenti. 

 

È evidente che la cessazione della convivenza nella coppia, quale prima immediata conseguenza nel percorso di separazione, grava significativamente sul bilancio familiare in termini di redditività, se non altro per quanto concerne le spese di prima necessità che si vedono raddoppiate! Sulla base di tale presupposto, come di quello – in diritto - secondo cui  al fine del riconoscimento del diritto al mantenimento a favore del coniuge cui non sia addebitabile la separazione, è essenziale che questi sia privo di adeguati redditi, la nostra giurisprudenza non può e non deve arrivare a legittimare esborsi di denaro per qualunque tipo di esigenza anche futile e non essenziale, e questo sia in base all’assunto condiviso per cui le spese voluttuarie anche in costanza di matrimonio vanno concordate tra i coniugi, sia perché in questo caso non è stata effettuata una seria valutazione comparativa delle situazioni economiche dei coniugi al fine di quantificare in maniera esatta l’assegno di mantenimento.  

 

Se durante il matrimonio, in una contingenza di benessere economico e accordo tra le parti, i coniugi erano soliti spendere cifre assurde per bisogni di tipo “secondario”, estetica etc.., ciò non significa automaticamente – e legittimarlo di valore giuridico definitivo è a mio avviso pericoloso e deviante – che, a seguito della crisi matrimoniale, uno dei due debba essere obbligato a corrispondere una somma tale da poter sostenere quelle spese (spesso irragionevoli) che in passato si spendevano per assecondare, fra gli altri, dei “capricci”.

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