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Usura, la mora ha funzione diversa dalla penale

Gli interessi di mora vanno ricompresi nella complessiva verifica dell’usura del credito concesso. Essi non sono stabiliti a titolo di penale

Usura, la mora ha funzione diversa dalla penale - Gli interessi di mora vanno ricompresi nella complessiva verifica dell’usura del credito concesso. Essi non sono stabiliti a titolo di penale

Un provvedimento reso dal Tribunale di Roma tratta, finalmente, in maniera completa ed analitica la questione relativa all’assogettabilità degli interessi “a qualsiasi titolo convenuti” e, dunque, degli interessi di mora,  alla normativa anti - usura. 

Il dibattito giuridico che si è alimentato negli ultimi due anni e mezzo, ovvero dopo la famigerata sentenza n. 350/2013 della Cassazione, è stato sovente caratterizzato da interpretazioni bizarre ed originali, distanti dal dettato normativo. 

Il quadro giuridico di riferimento trae origine dalla L. 108/1996 che, novellando l’art. 644 c.p., ha introdotto l’istituto giuridico della c.d. “usura oggettiva”, con lo scopo di fissare un criterio obiettivo per l’individuazione dei presupposti richiesti per la configurabilità del reato di usura ed escludere ogni valutazione di carattere discrezionale relativa alle condizioni soggettive delle parti. 

Il requisito oggettivo è rappresentato dal superamento di un preciso “limite” al costo effettivo sulle Operazioni di Finanziamento, denominato “Tasso Soglia” e stabilito nel Tasso Medio risultante dall’ultima rilevazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale  relativamente alla categoria di operazioni in cui il credito è compreso, aumentato della metà” (art. 644, comma 3 c.p). 

Inoltre il D.L.  n. 394/2000, quale norma d’interpretazione autentica della L. 108/1996, all’art. 1 ha precisato che “ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p. e dell’art. 1815, II° comma, c.c., si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla Legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”. 

Quanto alla natura degli interessi, l’intento del Legislatore è stato espresso in modo ancor più esplicito nella “Relazione Governativa di Accompagnamento” al D.L. 394/2000 dove è stato affermato che la disciplina degli interessi usurari, posta dagli artt. 644 c.p. e 1815 c.c., viene riferita ad ogni tipologia di interessi “sia esso corrispettivo, compensativo o moratorio”

La Corte Costituzionale, chiamata ad esprimersi sulla legittimità della L. 24/2001 – legge di conversione del D.L. n. 394/2000 – con lo scopo di chiarire il quadro normativo, ha stabilito che “il riferimento, contenuto nell’art. 1, I° comma, D.L. n. 394 del 2000, agli interessi <<a qualunque titolo convenuto>> rende plausibile – senza necessità di specifica motivazione – l’assunto secondo cui il Tasso Soglia riguarderebbe anche gli interessi moratori(sentenza n. 29/2002). 

Orbene, a fronte di questo quadro apparentemente così chiaro, la Giurisprudenza di merito ha obiettato alcuni rilievi, non condivisibili, censurati con pregevole motivazione dal Tribunale di Roma  - IX sez. Civ. – con un’ordinanza di conferimento di nomina del CTU nell’ambito di un giudizio introdotto dal mutuatario nei confronti della Banca che ha erogato il finanziamento. 

Il provvedimento che si richiama ammonisce senza mezzi termini la circolare della Banca d’Italia – più volte richiamata dai magistrati, sia in sede civile che penale – che stabilisce la non computabilità degli interessi di mora ai fini del calcolo del T.E.G. (tasso d’interesse globale) e del successivo raffronto col tasso soglia. 

Infatti le “Istruzioni per la rilevazione dei Tassi Effettivi Globali Medi ai sensi della Legge sull’Usura” adottate dalla Banca d’Italia hanno l’esclusivo scopo di fornire indicazioni agli Operatori Finanziari sulla trasmissione dei dati necessari per la determinazione del Tasso Effettivo Globale Medio (T.E.G.M.) ovvero del costo medio praticato dal mercato, in un determinato periodo (trimestre); tali “Istruzioni” non svolgono alcuna efficacia integrativa dell’art. 644 c.p., né tanto meno appare prospettabile un’efficacia derogativa della norma richiamata. 

In proposito è stato ribadito in Giurisprudenza che: “… le Istruzioni della Banca d’Italia hanno una valenza meramente statistica, venendo le stesse utilizzate dal Ministero dell’Economia per fornire dati ai fini dell’emanazione dei Decreti di competenza. Deve, invece, negarsi qualunque carattere vincolante per l’Autorità Giudiziaria delle stesse, le quali non posso di certo rendere lecito ciò che si pone in contrasto con la Legge” (Tribunale Padova, Sezione II, Ordinanza 14.3.2014, Pres. Bellavitis, est. Mariani). 

Pertanto, le predette “Istruzioni” non rivestono alcuna efficacia vincolante per l’Interprete sia per la loro natura regolamentare sia perché non rappresentano il provvedimento normativo d’integrazione di cui al IV° comma dell’art. 644 c.p. (norma penale in bianco), costituito, si ripete, dall’art. 2 della Legge 108/1996 (Corte Appello Torino, Prima Sezione, 20.12.2013, Est. La Marca). 

Solo per completezza appare opportuno evidenziare che l’incoerenza delle predette “Istruzioni per la rilevazione dei Tassi Effettivi Globali Medi ai sensi della Legge sull’Usura” fornite dalla Banca d’Italia all’art. 644 c.p. o, comunque, alla normativa anti-Usura non rappresenta certo una novità ove si consideri quanto già accaduto per la computabilità delle Commissioni di Massimo Scoperto in relazione alle Aperture di Credito e per la computabilità delle spese d’assicurazione per le Operazioni di Finanziamento. 

L’altro elemento criticato dal provvedimento del Tribunale di Roma è relativo all’asserita funzione di penale degli interessi di mora, dunque una funzione diversa da quella a cui assolvono gli interessi corrispettivi. 

Infatti si è più volte affermata la funzione risarcitaoria degli interessi di mora, stabiliti a titolo di liquidazione preventiva del danno patito dal mutuante per l’inadempimento del mutuatrio, che rientrano, quandi, nel novero delle prestazioni accidentali, che diventano rilevanti solo nell’eventuale fase patologica del rapporto, in conseguenza dell’inadempimento del debitore. 

Tale impostazione, largamente utilizzata dai Giudici di merito (cfr. di recente Tribunale di Rimini, ordinanza del 06.02.2015; Tribunale di Treviso, ordinanza del 09.12.204) non è condivisibile per due ordini di ragioni. 

Innanzitutto la clausola penale assolve ad una funzione diversa da quella degli interessi di mora, poichè tutela l’interesse del creditore all’adempimento dell’obbligazione – così che maggiore è l’interesse del creditore, minore è la possibilità di considerare la penale eccessiva  - mentre il tasso soglia è fissato indipendentemente dall’intresse del creditore ed è un limite che riguarda ogni pattuizione d’interessi, a prescindere dal concreto interesse della creditore all’adempimento. 

Inoltre, pur volendo considerare la mora alla stergua di una penale, ciò non impedirebbe di concepire un meccanismo speciale di reazione alla sproporzione. La norma civilistica posta a tutela dell’eccessività dell’ammontare della penale, ovvero l’art. 1384 c.c., può di certo essere ritenuta valida per ogni tipo di clasuola penale, salva una diversa previsione del legislatore, che può prevedere meccanismi di reazione diversi in casi particolari, come l’ipotesi del tasso di mora. 

Così l’interesse di mora, seppur riferito alla singola rata scaduta  non pagata dal mutuatario, “va ricompresa nella complessiva verifica dell’usura del credito concesso: nell’evento di morosità la rata scaduta non configura una nuova erogazione, ma più semplicemente una modifica del piano di rimborso a condizioni di tasso modificate”. 

 

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