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Diritto penale criminale

Maltrattamenti in famiglia. Art. 572 C.P.

Sempre più spesso la violenza è una "faccenda" di famiglia

Maltrattamenti in famiglia. Art. 572 C.P. - Sempre più spesso la violenza è una "faccenda" di famiglia

L'art. 572 c.p. disciplina il reato di maltrattamenti in famiglia, o per meglio dire, il reato di Maltrattamenti contro familiari e conviventi

La rubrica che fino a poco tempo recitava "maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli" è stata riformata dalla legge 172/2012 che ha eliminato il riferimento ai fanciulli e aggiunto quello ai soggetti conviventi volendo così conferire alla condotta una portata più generale nonché attuale. 

Secondo dottrina e giurisprudenza consolidate, tuttavia, può classificarsi come "maltrattante" qualsiasi complesso di atti prevaricatori, vessatori e oppressivi reiterati nel tempo, tali da produrre nella vittima una apprezzabile sofferenza fisica o morale, o anche da pregiudicare il pieno e soddisfacente sviluppo della personalità della stessa. 

 

Mi trovo a scrivere di nuovo su questo argomento perchè è più diffuso di quanto si immagini

La fattispecie criminosa in esame non riguarda solo i nuclei familiari costruiti sul matrimonio, ma qualunque relazione che, per la consuetudine e la qualità dei rapporti creati all'interno di un gruppo di persone, implichi l'insorgenza di vincoli affettivi e aspettativa di assistenza assimilabili a quelli tradizionalmente propri del nucleo familiare.
La Suprema Corte di Cassazione - Sesta sezione penale - con la sentenza 31121/15 ha confermato la sentenza d'appello in riferimento alla condotta di un uomo imputato di diversi reati compreso quello di maltrattamenti ex art 572 cp - perpetrato mediante percosse, ingiurie, lesioni contro la propria convivente. 

Il ragionamento che fa la Suprema Corte nel caso in questione muove dalla circostanza in base alla quale la fattispecie di cui all’art. 572 c.p. non esige “il carattere monogamico del vincolo sentimentale” posto a fondamento della relazione, e neppure una continuità di convivenza, intesa quale coabitazione.  

 

La Corte ritiene necessario che detta relazione presenti intensità e caratteristiche tali da generare un rapporto stabile di affidamento e solidarietà. 

È proprio in tali contesti, ha aggiunto la Suprema Corte che “sorge la primaria esigenza di tutela assicurata dalla norma incriminatrice, cioè quella di evitare che dai vincoli familiari nascano minorate capacità di difesa a fronte di sistematici atteggiamenti prevaricatori assunti da un componente del gruppo: evitare cioè che la relazione costituisca al tempo stesso l'occasione e la "vittima" di assetti patologici nei rapporti interpersonali più stretti”. 

 

Alla luce di quanto sopra la Suprema Corte di Cassazione ritiene configurabile il delitto di maltrattamenti in famiglia anche quando è commesso in danno di una persona legata all’autore della condotta da una relazione sentimentale, che abbia comportato un’assidua frequentazione della di lei abitazione, trattandosi di un rapporto abituale, diciamo stabile, tale da far sorgere sentimenti di umana solidarietà e doveri di assistenza morale e materiale. 

 

Il più delle volte sono le donne ad essere le vittime di questo tipo di reato. 

Il vero problema è che la maggior parte di queste donne non hanno il coraggio di denunciare tali atteggiamenti per paura o spesso anche per vergogna. 

Voglio ricordare alle donne che si trovassero a leggere questo articolo (e che in qualche modo si sentissero coinvolte dal contenuto dello stesso) che il maltrattamento in famiglia non consiste solo nella lesione fisica, ma spesso e molto più facilmente in quella psichica, perpetrata costantemente nel tempo sino all'esasperazione. 

Il maltrattamento psichico è il più devastante, il più frequente e viene definito “maltrattamento invisibile”. 

La maggior parte delle volte neanche le vittime realizzano di subire un maltrattamento. Per questo motivo il maltrattatore cerca di fare in modo che chi le circonda cominci a dubitare delle loro impressioni, dei loro ragionamenti e persino della realtà delle loro azioni. Convincere una persona che la sua percezione della realtà, dei fatti e dei rapporti personali è sbagliata e ingannevole, è assai facile. Per chi è nella posizione della vittima è difficile accorgersi della violenza subita, perché in certe situazioni si sviluppano meccanismi psicologici per non vedere la realtà, quando questa risulta troppo sgradevole. Per il più delle persone, delle donne in particolare, è difficile accettare che qualcuno che dovrebbe amarti ti usi violenza. 

L’aggressore nega l’aggressione e il problema viene scaricato tutto sulla vittima. Questo tipo di violenza - ripeto sino alla noia - diffusissima è qualificabile come “perversa”, una vera e propria distruzione, molto insidiosa perché indiretta.  

La persona viene fatta a pezzi, in maniera costante e ripetuta, attraverso gesti e parole di disprezzo, umiliazione e discredito. 

Il consiglio che mi sento di dare a tutte le persone che si trovassero in questa situazione e specialmente alle donne è di trovare il coraggio di denunciare. Sempre denunciare. Denunciare fino a che non sia troppo tardi per farlo. 

Non vergognatevi di farlo. 

Ricordo a tutti i lettori e alle lettrici che esistono le autorità pronte ad ascoltarvi e a tutelarvi. Invito ogni persona che si rivedesse in questa descrizione a denunciare prontamente il proprio aggressore. 

Recatevi dal vostro medico, chiedete aiuto ad un amico fidato, ad uno psicologo o ad un avvocato, ma denunciate senza indugio.

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Avv. Federica Battistoni

Avvocati / Penale

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