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Balbuzie, Pianoforte e i Prigioni di Michelangelo

Usando alcune metafore, si affronta la balbuzie nei suoi aspetti performativi: l'ideazione del pensiero, l'intento di comunicare, la realizzazione.

Balbuzie,  Pianoforte e i Prigioni di Michelangelo - Usando alcune metafore, si affronta la balbuzie nei suoi aspetti performativi: l'ideazione del pensiero, l'intento di comunicare, la realizzazione.

La Balbuzie, il Pianoforte e i Prigioni di Michelangelo. 

 

La balbuzie avviene  perché il parlante vive il proprio parlato come una “composizione” che non riuscirà mai a creare la costruzione desiderata. È un pianista le cui mani corrono sulla tastiera come se il suo spartito fosse travolto da una ventata. Un pianista che non ha il rispetto dei tempi musicali e la cui unica grande preoccupazione è di arrivare alla fine della suonata. La sua velocità è paragonabile a un inizio talmente veloce che non avviene nemmeno, perché è già alla fine. Una visione umoristica, questa,  da cartone animato, che ci aiuta a mettere a fuoco il problema. Un pianista che si accinge a suonare e ha già salutato il pubblico a fine concerto. Uno spartito non “agito”, quindi, il linguaggio della balbuzie. Uno spartito musicale molto chiaro nel progetto del pianista, ma che non ha luogo perché l’azione performativa ha bruciato le tappe e l’ascoltatore ha dovuto immaginare la fruizione di quella musica.  

 

Fuor di metafora: la fisiologia del linguaggio verbale necessita di tempi fisici assolutamente più lunghi rispetto al pensiero pensato. Il linguaggio consente l’articolarsi e il formularsi del pensiero verso l’esterno,  grazie al codice verbale comune che si struttura con grammatica e sintassi, e alla fisicità (articolazione e respirazione). Il che rallenta oggettivamente i tempi rispetto alla formulazione del pensiero. 

Con la balbuzie, avviene un paradosso: scopo vero di quel parlante non è la comunicazione ma la fine della comunicazione, arrivare quanto prima a terminarla. Perché manca il piacere di parlare. Il parlante non guida più le fila del proprio parlato, perché la sua attenzione si incardina sulla forma del suo parlato e non più sul contenuto. Ha, quindi, bisogno di una rivalorizzazione del contenuto del proprio parlato e di una conoscenza dello strumento linguistico: al tempo della pronuncia di ogni singolo suono è affidato il divenire della propria comunicazione; quel singolo suono è parte di una sequenza di suoni, formale e simbolica, capace di comunicare i propri contenuti. Quindi, ciascun suono ha bisogno del proprio spazio temporale. La sua attenzione deve essere riportata a questo specifico: rivalorizzare il suono, il particolare, proprio come parte integrante della sua comunicazione. La sua attenzione va riportata allo strumento linguistico-fonetico, in quanto strumento del proprio pensiero. 

 

E il singolo suono, in quanto operazione fisica, richiede determinate funzioni, che hanno una concretezza fisica; tale fisicità comporta un tempo, e quel tempo non coincide con il tempo del “pensato”: è molto più dilatato. La sua concentrazione deve avvenire sui suoni del linguaggio, che dipanano il pensiero. Il “pianoforte” è il mezzo che gli consente di esprimere la proria musica. Il linguaggio parlato è paziente lavoro  di singoli suoni in sequenza, la cui combinazione esprime quel preciso contenuto. Il linguaggio è una nostra funzione, malleabile, elastica, e  non è un unico assoluto, o, detto diversamente, un tronco di legno rigido e intrattabile: occorre togliere al balbuziente l’idea di Linguaggio con la L maiuscola, per accreditargli la visione di un semplice strumento, una funzione, da usare al proprio servizio, e secondo il proprio potere.  

 

Il linguaggio del balbuziente ricorda i Prigioni di Michelangelo: qualcosa che non “vuole uscire fuori dal marmo”.  A causa di un condizionamento interiore, che io definisco, in senso lato, anche “ideologico”: l’idea della balbuzie trasforma la modalità dell’evento-linguaggio. Il gesto continuo, apparentemente monotono e sempre uguale, dello scultore crea le forme. Il balbuziente ha bisogno di rivalutare il proprio singolo gesto linguistico. “Abbassandosi” a considerare il singolo particolare, riuscirà a riunificare la forma con il contenuto: la forma è la tastiera del pianoforte, lo scalpello dello scultore, il pennello del pittore, e i gesti che ne derivano. La comunicazione del contenuto è relizzabile solo con la continuità di quei gesti, che creano sequenze, che creano il prodotto. Così il suo linguaggio: movimenti della bocca, fasi respiratorie, produzione di suoni, sequenze fonetiche che ritagliano comunicazione di contenuti. Pensiero pensato che si adegua ai tempi del pensiero parlato. Il concerto avviene con il pianista seduto, che esegue e interpreta i tempi delle proprie suonate. Questo senso fisico del reale, questo riaffidarsi alla propria fisicità determina il senso del reale del balbuziente, il suo affidarsi alla fisicità performativa. Il pianoforte chiede solo di essere suonato. Nessun pianista suona come un altro. Nessun parlante parla come un altro. Non esiste il modo di parlare ma il proprio modo di parlare. Riappropriarsi delle proprie specificità passa, in questo caso,  dalla riscoperta della fisiologia del linguaggio, ma anche dalla riconsiderazione del linguaggio in sé, come strumento e non come fine. 

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