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Consulenza psicologica

"Il Discorso del Re" e la cura della balbuzie

Da un dialogo del film si evidenziano due termini importanti per la cura della balbuzie: identità e cambiamento

"Il Discorso del Re" e la cura della balbuzie - Da un dialogo del film si evidenziano due termini importanti per la cura della balbuzie: identità e cambiamento

- Lionel: C'era ancora qualche balbettio. 

- Bertie: Ho dovuto farlo qui e lì, così sapevano che ero ancora io.  

Dopo il discorso finale del Re, avviene questo dialogo tra Lionel, il terapeuta, e Bertie, Re Giorgio VI, il Re balbuziente, nel film Il Discorso del Re,  di Tom Hooper, film conosciutissimo e sul quale è, quindi, inutile aggiungere parole, se non per definirlo ottimo film, da tutti i punti di vista, e soprattutto ottimo per chi si occupa di cura della balbuzie. Ho riportato questa citazione dal film, perché, in pochissime battute, mette a fuoco un aspetto importante del problema balbuzie: l’identità e il cambiamento. Ricordiamoci le parole del Re:  Ho dovuto farlo qui e lì, così sapevano che ero ancora io, e cominciamo dal secondo termine: il cambiamento. Con questa parola, ci riferiamo in psicologia, soprattutto in psicoterapia, a quel percorso che, partendo da una situazione data, ci deve portare a una trasformazione, che nella continuità  dinamica della ricerca personale, determina il movimento e l’arrivo, comunque mai definitivo, verso un nuovo modo d’essere tra loro degli elementi che costituiscono la nostra persona e il nostro modo, stile, di vita.  

 

Il cambiamento è il progetto della psicoterapia, ne sta alla base. Alla base, proprio, di quell’alleanza che va a stringersi tra terapeuta e paziente. E questa trasformazione, a differenza del lavoro dell’artista, o dell’artigiano, non crea, in psicologia, nessun oggetto esterno: perché avviene, come già detto, sulla relazione delle cose tra di loro. Qui, per “cose”, si intende le varie parti di cui è composta la Persona: i suoi sentimenti affettivi, le sue reazioni emotive, le sue parti razionali, il suo corpo (o “soma”), la sua psiche in generale, ma anche l’ambiente in cui vive, la dinamica delle relazioni che con tale ambiente intrattiene, ecc.  La trasformazione di questa relazione delle “cose” tra di loro avviene grazie alla tensione, anche positiva, che si genera tra le “cose” stesse e il processo delle loro trasformazioni. Per esempio: leggendo questo articolo, si genera, può generarsi, all’interno del lettore, una trasformazione. Perché la motivazione a leggerlo, che è il primo passo, porta il lettore a voler sapere qualcosa di più rispetto a un argomento, in questo caso la balbuzie, il che lo rende disponibile al “nuovo”. Già questa motivazione crea una trasformazione al suo interno: partendo, cioè, da una semplice curiosità, voglia di sapere, si rende disponibile, permeabile, a nuove idee e punti di vista. Emozionalmente disponibile, dunque, ma anche razionalmente. Perché mette in gioco  - in dubbio -  le proprie certezze su questo argomento, e vuole capire le altrui, magari nuove, idee. Facciamo l’ipotesi, poi, che questo articolo gli piaccia, o lo convinca, o gli apra nuovi orizzonti o prospettive per la  valutazione della balbuzie, bene, allora si sarà creata in lui una trasformazione, che potrebbe anche non finire lì, per spingerlo a leggere nuovi articoli o testi sul medesimo argomento.  

 

Tutto questo si chiama dinamica del lettore, suo movimento, che si attiva in funzione di un maggior sapere, che, poi, avrà il potere, sul piano personale, di creare anche maggiori consapevolezze, certezze. A loro volta, sempre rinnovabili grazie a ulteriori letture o trasformazioni. A ciclo continuo, insomma.Ovviamente l’esempio è estendibile a qualsiasi attività dello spirito e dell’intelletto. L’autore di questo articolo ha, cioè, creato un prodotto, una cosa reale che state leggendo, ma il suo effetto continua a generar prodotti, questa volta da intendere non più necessariamente come oggetti reali (un articolo, una pubblicazione, un dibattito), ma come dinamica attiva dentro ai suoi lettori. Ovviamente, nutro grande speranza che questo avvenga davvero. Ma, in fondo, conta poco, perché è solo un esempio, e quella speranza è solo narcisistica. Quel che più mi preme è che da questo esempio si possa comprendere cosa è il lavoro dello psicologo mentre lavora nella sua quotidianità di psicoterapeuta. Un tale lavoro di trasformazione, in psicoterapia, avviene, inoltre, a partire da elementi, che si presentano sotto forma di narrazione, che quegli elementi ricompone  e li rende descrivibili. Cosa sono questi “elementi”? Sono le storie di reale vita vissuta, o di vita sognata, le emozioni, positive o negative, sono i desideri, i progetti, le difficoltà, difficoltà a comporre in un’unità desiderata, in una sinfonia unica, tutti i suoni della propria musica personale, dei propri strumenti personali, sono le proprie dinamiche, interne ed esterne. Quello che, in una parola, si chiama il proprio “vissuto”. La narrazione del prorio vissuto è già di per sé una trasformazione, perché avviene con un interlocutore, dedito per definizione all’ascolto, e perché avviene con l’intento della conoscenza di sé stesso. E la narrazione stessa, che, a un certo punto, procede a due voci, grazie all’interloquire del terapeuta, può assumere le caratteristiche di vari modelli, quali, ad esempio, la metafora, può aprire all’immaginazione, intesa come attività creativa e come momento di liberazione personale. Che non significa inventarsi un mondo che non c’è, ma riuscire a guardare il mondo che c’è, interno ed esterno, con altri mezzi, con altre idee, con diverse emozioni, accedendo alla propria creatività, quindi alla propria capacità di trasformazione. Nel prossimo articolo, mi soffermerò sul valore della metafora, e parlerò del tema dell’identità, in generale e, in particolare, a proposito della balbuzie. Perché avevo detto, all’inizio, che anche il tema dell’identità nella cura della balbuzie viene “toccato” dal Re, in quel dialogo citato più su. 

 

  

 

 

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