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Consulenza psicologica

Il "Discorso del Re" e l'identità nella balbuzie

Dal "Discorso del Re" alla definizione di identità, applicata al problema della balbuzie e alla sua terapia

Il "Discorso del Re" e l'identità nella balbuzie - Dal "Discorso del Re" alla definizione di identità, applicata al problema della balbuzie e alla sua terapia

- Lionel: C'era ancora qualche balbettio.  

- Bertie: Ho dovuto farlo qui e lì, così sapevano che ero ancora io. 

 

Ricordate? Anche nel precedente articolo Il Discorso del Re e la cura della balbuzie avevo riportato questo breve scambio di battute tra Lionel, il terapeuta, e Bertie, Re Giorgio VI, dal film Il Discorso del Re,  di Tom Hooper. Il Re ha appena terminato il suo discorso alla Radio inglese: la fluenza del linguaggio è stata molto buona, pur con alcune incertezze date dalla balbuzie, il problema di linguaggio del Re, preso in carico da Lionel, appunto, il terapeuta. In quell’articolo, avevo parlato del cambiamento:  Ho dovuto farlo qui e lì, così sapevano che ero ancora io. Perché il cambiamento era avvenuto: C'era ancora qualche balbettio, ma il discorso era stato fatto fluentemente. La risposta del Re potrebbe sembrare una semplice battuta da humour inglese. E, invece, rende conto di un aspetto importantissimo della balbuzie e della sua cura: quello dell’identità

 

E il nostro protagonista, con quelle parole, non ha alcun intento umoristico.  Dimostra, anzi, di aver còlto il ruolo che l’identità svolge nella balbuzie, e come “l’identità di balbuziente” possa essere di ostacolo alla cura della balbuzie. Chi, nella “stanza terapeutica”, riesce a parlare benisssimo, può tornare a balbettare mentre se ne torna a casa. A me preme molto quel che accade nel linguaggio dei miei pazienti tra la fine di una seduta e l’inizio della successiva. E mi preme per due motivi: la sua costanza  e attenzione (militanti) sul proprio linguaggio, e la sua capacità di uscire, proprio nella quotidianità, da una visione  identitaria di sé come balbuziente. Ma procediamo con ordine.  Leggiamo Umberto Galimberti (Dizionario di Psicologia): l’identità è il senso del proprio essere continuo attraverso il tempo e distinto, come entità, da tutte le altre.  …  è un meccanismo psicologico che ha il suo fondamento nella relazione che la memoria instaura tra le impressioni comtinuamente mutevoli e tra il presente e il passato. Non è un dato ma una costruzione della memoria. Che, riferito alla balbuzie, significa: il mio linguaggio è ricerca, è diverso dal linguaggio di tutti gli altri (altri balbuzienti compresi),  è frutto di una mia percezione dinamica, cioè è trasformabile (non è un dato), la mia memoria della mia balbuzie è soggettiva (non è un dato) in quanto io ho stabilito una relazione di questo tipo tra il mio linguaggio e le mie ansie rispetto a possibili inceppamenti. L’identità non è un dato ma una costruzione della memoria: la memoria ha, quindi, bisogno di nuovi input, di un nuovo modo di pensare  e usare il linguaggio, un modo consapevole, che nasce, a sua volta, dalla conoscenza della fisiologia del linguaggio, del rapporto pensiero-pensato/pensiero-parlato, delle regole respiratorie. 

 

Il “Re del Discorso” lo ha capito benissimo: ha dato  movimento alla propria identità, quindi al linguaggio, e dunque alla propria visione di sé (parlante). Ma ha bisogno di essere riconosciuto: così sapevano che ero io. Ricordiamolo: aveva parlato per radio. Io credo che quella risposta vada letta in modo proiettivo: sono io che devo riconoscermi, perché se non balbetto più perdo la mia identità. Il Re del Discorso mantiene, cioè, una visione identitaria di sé ancora balbuziente: che, ripeto, è tra gli ostacoli maggiori alla cura della balbuzie. Spesso ho sentito dai miei pazienti questa frase: Ma cosa diranno gli altri che non mi sentono più balbettare?”. Il che rientra nella visione conservatrice e autoritaria dell’identità. Conservatrice per ovvi motivi, autoritaria perché nega la visione dinamica e progressiva della propria persona. Infatti, tornando a Galimberti, la sua definizione di identità così prosegue: Sull’identità si basa l’ingenuo pregiuidizio che la psicologia dell’uno sia uguale a quella dell’altro, che dappertutto valgano gli stessi motivi, che ciò che piace a me debba anche piacere agli altri, che ciò che è immorale per me debba esserlo anche per gli altri.  E’ il modo autoritario (pregiudizio) di intendere l’identità: etnocentrico, acritico, immutabile. Capace di pregiudizi verso l’altro e non necessariamente il diverso: basta anche il vicino di casa e la sua erba un po’ più verde. Ecco: questo pregiudizio e autoritarismo, nel caso del balbuziente, avviene all’interno di sé stesso: affezionato al vecchio (la balbuzie) che gli dà sicurezza, cacca via il nuovo (la fluidità linguistica) perché rappresenta l’ignoto e perché preferisce il conflitto interno della balbuzie al conflitto con l’interlocutore, cui dire tutto quel che ha da dire. Bertie, però, ha parlato bene alla radio e nel prosieguo degli anni ha continuato, con successo, a lavorare sul proprio linguaggio.

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