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Bullismo: tragedia in minore

Il bullismo è un fenomeno o un reato? Nasce dalla degenerazione delle dinamiche nel "gruppo dei pari" e nell'era digitale sta diventando un'emergenza

Bullismo: tragedia in minore - Il bullismo è un fenomeno o un reato? Nasce dalla degenerazione delle dinamiche nel "gruppo dei pari" e nell'era digitale sta diventando un'emergenza

Cos’è il bullismo? Un fenomeno o un reato? Comportamento antico o drammatica conseguenza della modernità digitale? Leggere in questi giorni che, a seguito di fatti di cronaca, viene proposto di trasformarlo in reato appare quantomeno riduttivo. Il bullismo, quello che fa più male, nasce soprattutto nell’età della scuola media inferiore, o anche prima. Un’età in cui l’attenzione degli adulti, dei media e della società andrebbe riservata alle dinamiche del gruppo dei pari, più che a sanzioni penali. Chi di noi non ha letto ne “I ragazzi della via Pàl”, dei fratelli Ats e del piccolo Nemecsek? E molti di noi, come anche molti dei nostri figli già cresciuti, ricordano che alla scuola media inferiore il “prendere in giro” o l’”essere presi in giro” faceva parte del clima avvelenato di classi e gruppi. La dinamica di gruppo che può tendere, anche selvaggiamente, ad escludere qualcuno e a farlo soffrire, non è quindi cosa nuova. Ma la società dei consumi, e ancor più l’era digitale hanno esacerbato e, talvolta tragicamente arricchito, tali comportamenti. L’adolescenza (sempre più precoce in una società ricca di benessere e stimoli) proietta i ragazzi fuori dal mondo valoriale degli adulti, e induce nuove identità e nuovi valori nel “gruppo dei pari”. E questa scoperta, nuova e dirompente, attraverso quel meccanismo che Stanton ha chiamato “pseudoindividuazione” (cioè improvvisarsi “individui”, diversi e talora contrapposti a genitori e insegnanti, anche attraverso la trasgressione) crea dinamiche di gruppo emozionalmente forti, talora aggressive, aggregate attorno a uno o più leader che si impongono anche attraverso l’uso della forza e la stigmatizzazione di chi è diverso. E chi ha frequentato la scuola media inferiore sa quanta perizia e fantasia viene usata nel gruppo dei pari per creare soprannomi e per “cogliere” ed “esplicitare” a tutti i difetti dei più deboli. Che ne sapevano gli adulti di via Pàl, delle dinamiche nei gruppi di Boka e delle Camicie Rosse? Che ne sapeva la madre di Nemecsek del ruolo che suo figlio rivestiva nella guerra di via Pàl? Se n’è accorta, drammaticamente, solo quando il figlio le stava morendo di polmonite. Gli adulti, le famiglie, hanno le loro dinamiche esplicite in cui i ragazzi rivestono un ruolo, per così dire, “ufficiale”, la stessa scuola ha le sue dinamiche “ufficiali”. Quelle reali, esistenti nel gruppo dei pari, vengono invece spesso gelosamente celate dagli adolescenti, come il proprio vivere “da grandi” parallelo ed eccitante. E si creano identità e ruoli insospettati che possono emergere a volte solo allo scoppiare di casi eclatanti. Per gli adulti, mettere dei sensori nella realtà del gruppo dei pari, per coglierla in tempo è spesso difficile. E lo è anche per la stessa scuola, che è luogo dove questa “realtà parallela” si esprime. Perché dunque gli adulti non se ne accorgono, specie quando qualcuna o qualcuno ne diventa vittima? Perché la coscienza di questo pericolo non è ancora così diffusa. Ma dobbiamo aprire gli occhi, osservare, chiedere. E la situazione è resa più grave da due problemi nuovi. La società dei consumi, con i suoi stimoli comunicativi e la sua pletora di oggetti, induce le giovani menti, appena affacciate al sociale, a volere beni e servizi “da grandi” e ad ostentarli come valore identitario del gruppo, su cui aggregare alcuni membri e discriminarne altri. Una scarsa presenza e autorevolezza dei genitori, dà ai ragazzi un falso senso di onnipotenza (e conseguentemente di insicurezza latente) che può sfogarsi nella sopraffazione dei più deboli, o comunque diversi dal resto del gruppo. A completare il disastro ci si è messa l’era digitale, con i social e gli smartphone. I social rendendo i rapporti e le comunicazioni più veloci, immediate, acritiche, virali, talvolta “irreparabili”. E gli smartphone (i video!) fanno diventare tutto immensamente più facile, potente, incontrollabile, dando il colpo di grazia all’“autorevolezza” degli adulti, di cui invece gli adolescenti, a mio avviso, hanno bisogno per crescere sani. Dalla “società senza padre (2)” siamo passati a una società “liquida”, “senza midollo”, senza struttura logica. Almeno per come la può vivere un preadolescente, con scarsi strumenti di discernimento uniti ad un vago senso di “onnipotenza”, specie se espressa “nel branco”. Si può parlare di “reato” quando ci sono evoluzioni francamente criminali (e ciò accade solitamente più tardi), ma per cogliere il fenomeno precocemente servono altri interventi, in parte già attuati, ma che vanno intensificati. Non ci sono certezze in fatto di prevenzione del bullismo, ma provare a fare delle cose sensate e imparare dalle esperienze è urgente. Nella scuola, specie quella media, potrebbero essere effettuate analisi sistematiche delle dinamiche di gruppo e di classe. Ad esempio, R. Quaglia e G. Saglione (3) hanno messo a punto dei tests per analizzare la struttura della classe attraverso il disegno. Questi tests, somministrati regolarmente, potrebbero individuare precocemente qualche persona particolarmente esclusa, discriminata o presa di mira dal gruppo, permettendo di  intervenire prima di danni irreparabili. Anche parlare in classe del bullismo, e stabilire una sorta di “netiquette” tra compagni potrebbe servire ad esplicitare dinamiche altrimenti celate. E gli sportelli, i punti d’ascolto in ogni scuola, vanno incoraggiati, pubblicizzati, riqualificati con un aggiornamento costante. Vedrei anche dei corsi per genitori che aiutino a riconoscere “bulli” e “bullizzati”, che insegnino loro cosa guardare e che fare. E infine, senza tema di essere provocatorio o di passare per “matusa” (non conosco un termine più aggiornato), perché non proibire o limitare, almeno fino alla prima superiore, l’uso di quell’arma impropria che è lo smartphone, responsabilizzando i genitori, a cui è pur sempre intestata? In fondo sarebbe un segno di “autorevolezza” collettiva, in carenza di quella individuale.     

  

1.    1.  M. D. Stanton,  T. C. Todds and Associates– The family therapy of drug abuse and addiction. Guilford press New York, London 1982. 

2.     2. Alexander Mitscherlich. 1963.  Verso una società senza padre. Feltrinelli, Milano, 1970. 

 

3.     3. http://www.centrolapira.it/Portals/0/Educatori/07.%20La%20dinamica%20di%20gruppo-%20Corso.doc

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Dr. Andrea Flego  Psichiatra E Psicoterapeuta - Trieste (TS)

Dr. Andrea Flego Psichiatra E Psicoterapeuta

Psicologi e Psichiatri / Psichiatri

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