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Diritto penale criminale

Impugnazione e segretazione degli atti nella Direttiva UE

Diritto alla conoscenza piena degli atti di indagine per un processo effettivamente equo e per la tutela dei diritti fondamentali della difesa

Impugnazione e segretazione degli atti nella Direttiva UE - Diritto alla conoscenza piena degli atti di indagine per un processo effettivamente equo e per la tutela dei diritti fondamentali della difesa

Il codice di procedura penale vigente in Italia prevede che il PM possa disporre, ai sensi dell’art. 329 n.3 lett.a “l’obbligo del segreto per singoli atti, quando l’imputato lo consente o quando la conoscenza dell’atto può ostacolare le indagini riguardanti altre persone”. La prassi giudiziaria invalsa consente che la segretazione possa avvenire anche solo per parti di un atto, come ad esempio avviene per alcuni verbali di interrogatorio, specialmente se di collaboratori di giustizia, ove imperano spesso continui “omississ”.  

 

La giurisprudenza italiana, valutando la normazione esistente nel codice, ha affermato che il potere di cui dispone il PM, nel segretare atti dell’indagine, non può essere sottoposto ad alcun controllo nell’ambito del procedimento o del processo, per cui non sussiste possibilità di esercizio di un controllo giurisdizionale sul potere esercitato. Tuttavia tale impianto normativo, dal quale si è desunta la giurisprudenza che si è costituita in materia in Italia, deve necessariamente essere riconsiderato, se vuole darsi effettiva e completa attuazione alla Direttiva 2012/13/UE.  All’art. 7 della Direttiva, che disciplina il diritto di accesso alla documentazione relativa all’indagine penale, espressamente si prevede al comma II che “per garantire l’equità del procedimento e consentire la preparazione della difesa, gli Stati membri assicurano che a dette persone (con riferimento ai soggetti nei confronti dei quali viene esercitata l’azione penale)  o ai loro avvocati venga garantito l’accesso almeno a tutto il materiale probatorio in possesso delle autorità procedenti sia esso in favore o contro l’indagato o l’imputato”, per poi prevedersi al comma III :“…l’accesso alla documentazione di cui al paragrafo II è concesso in tempo utile per consentire l’esercizio effettivo dei diritti della difesa e al più tardi nel momento in cui il merito dell’accusa è sottoposta all’esame di un’autorità giudiziaria….”. Successivamente l’articolato racchiuso nel disposto normativo di cui all’art. 8 n. 2 della Direttiva 2012/13/Ue espressamente recita “gli Stati membri assicurano che le persone indagate o imputate o i loro avvocati abbiano il diritto di impugnare, secondo le procedure del diritto nazionale, l’eventuale rifiuto delle autorità competenti di fornire le informazioni di cui alla presente Direttiva o l’eventuale mancata comunicazione delle stesse”.  

 

Quindi l’ordinamento giuridico italiano, che ai sensi dell’art. 117 co. I della Costituzione deve conformarsi ai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario, deve necessariamente adeguarsi alla Direttiva della UE, finalmente consentendo che possa essere esercitato un controllo sul segreto apposto dal PM, valutandone le ragioni e la effettiva rispondenza della estensione della segretazione alle cause invocate a sostegno. Parrebbe, per logica processuale e per coerenza sistematica dell’ordinamento, che a decidere sull’impugnazione della parte dovrebbe pronunciarsi un Giudice terzo tra le parti, non potendo l’esercizio di tale controllo né affidarsi ad organi extra – giudiziari né ragionevolmente affidarsi a dirigenti dell’Ufficio inquirente: la normazione comunitaria non indica quale debba essere il soggetto giuridico investito della conoscenza della impugnazione ma impone la necessità che comunque possa esservi una impugnazione, qualora il PM non consenta l’accesso della difesa alla conoscenza integrale degli atti. Si dovrebbe anche considerare che, se dovesse permanere ancora la mancata attuazione della Direttiva, che negli Stati membri avrebbe dovuto trovare attuazione sin dal 2 giugno 2014, potrebbe aprirsi una procedura di infrazione contro la Repubblica Italiana, per cui si confida che il legislatore voglia provvedere al più presto, dal momento che il divieto di accesso a tutti gli atti di indagine costituisce un vulnus gravissimo all’esercizio del diritto di difesa, che può essere espresso ragionevolmente solo in casi specifici e determinati, con la possibilità di un adeguato controllo sulla decisione, altrimenti apparendo inadeguato il bilanciamento fra tutela del diritto di difesa nel processo e tutela delle esigenze gravi che possono condurre a vietare l’accesso alla conoscenza integrale degli atti di indagine. 

La difesa deve poter idoneamente argomentare nel processo, per cui deve essere posta in grado di poter conoscere: ignorantia non est argumentum (Spinoza)

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