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Consulenza psicologica

Dialogo sui minimi sistemi. Come dialogare con i figli

Due genitori discutono su come si debba parlare con i propri figli

Dialogo sui minimi sistemi. Come dialogare con i figli - Due genitori discutono su come si debba parlare con i propri figli

DIALOGO SUI MINIMI SISTEMI. COME DIALOGARE CON I PROPRI FIGLI.  

- Quindi, tu pensi che i genitori non debbano influenzare i figli? 

- Ti pare che si possano fare affermazioni del genere?! Tra l’altro, nemmeno volendo, si potrebbe fare. Perché  tutto quello che noi genitori siamo e facciamo  e pensiamo costituisce, insieme a quel che noi diamo a loro, l’elemento vitale, intrinseco, per il loro stare al mondo. Siamo i punti di riferimento, che, se non esistessero, sarebbe davvero tragico. Quindi partiamo dal presupposto che non solo è necessario, ma addirittura ineludibile il condizionamento che i genitori vanno a fare sui propri figli. Bisogna vedere, però, che cosa significa. E di che cosa è fatto questo condizionamento. 

- Questo mi sembra già più ragionevole. Però non capisco: se condizionamento è, allora che condizionamento sia! Trasmetto a mio figlio quello che io penso. Glielo dico. E so che faccio il suo bene. Di volta in volta, e su quello su cui ci capita di parlare. 

- Giusto! Ma il rischio è che tu gli dia verità già fatte e confezionate . Io credo, invece, che l’educazione dei figli non consista in questo, quanto piuttosto nella nostra capacità di sviluppare il loro senso critico. Che vuol dire fornire, o stimolarne la loro ricerca, tutti quegli elementi, quei dati, che potranno portare il bambino o il ragazzo a farsi una sua idea su quello specifico argomento. E se quell’idea che si sono fatti non la condividi, è anche meglio, in un certo senso. Perché ti obbliga, o almeno ti stimola, a ritornare sull’argomento. Magari anche con l’intenzione di convincerlo, ma, di fatto, costringendo te stessa all’ascolto delle loro ragioni. E dei loro percorsi mentali. 

- Così non si finisce mai! E, in più, non trasmetti loro alcuna sicurezza. Nessuna certezza e nessun punto di riferimento. Invece, se tu gli dici Il mare è azzurro, ma quando ci sono le nuovole il suo colore cambia, gli dai delle certezze e, nello stesso tempo, queste certezze non sono assolute, perché contestualizzi il colore del mare. Se invece gli dici il colore del mare dipende da occhio a occhio, daltonici compresi, quali certezze pensi di dargli? 

- Mah! Io, intanto, gli chiederei di che colore lui vede il mare in quel momento. Perché a me preme sapere cosa pensa lui e come lui vede il mondo. Che mi sembra più interessante che non stabilire con certezza il colore del mare. Perché, se prosegui secondo questo metodo, ti accorgi che la tendenza di fondo è dare la parola ai figli, ascoltarli. Cercando di evitare, il più possibile, di sovrapporti a loro. Perché c’è un confine tra il necessario e ineludibile condizionamento, tra la necessaria trasmissione di valori, e il sovrapporsi delle personalità dei genitori sui figli. Che io credo che non debba avvenire. 

- Allora, metti che parliamo della violenza, o delle guerre che ci sono nel mondo, piuttosto che dell’alimentazione, o dei suoi compagni, o di quel che vuoi, io non devo esprimere alcun giudizio, secondo te. Ascolto lui e basta! No, non sono d’accordo. Io devo indirizzare il suo pensiero verso quello che a me pare il più giusto. Altrimenti si fanno solo chiacchiere. 

- Il tuo pensiero lo esprimerai dopo che hai ascoltato lui. O lei. Devi partire dal presupposto che quando parli di questi argomenti, quel che devi valorizzare è il fatto stesso che stai parlando, stai conversando con i tuoi figli. Ed è questo che conta più di tutto. Quindi l’ascolto è molto più importante di quel che tu dirai. Che a volte è necessario, ma altre volte può essere superfluo. Lì, tu stai conoscendo i tuoi figli, lì puoi capire come sono fatti, cosa pensano, e, quindi, andare oltre per conoscere la loro personalità, le emozioni, i gusti, i valori.  Oltre al fatto che quelle conversazioni sono stimoli per loro, per raccogliere le proprie idee. E raccontarle. 

- Ma non rischi, in questo modo, di venir meno al tuo ruolo di genitore? Alla tua autorevolezza? Magari, tu lo chiami ascolto e per loro è solo parlare a vuoto. Magari, desiderano sapere quello che tu pensi, perché anche loro possano farsi un’idea sul mondo che li circonda. Se non glielo dici, è come se tu li abbandonassi al vuoto. Mentre loro desiderano il pieno. 

- Quello che l’adulto dice, e deve sempre dire molto, deve servire a stimolare il pensiero dei figli, non a bloccarlo in verità già confezionate dagli altri. Devi partire dal presupposto che, nei figli, esiste un pensiero, una visione del mondo. E’ come il linguaggio: esiste nei bambini il potenziale che poi svilupperà il loro parlare. E si sviluppa, perché sentono il mondo intorno, che parla. Così, il pensiero: sollecitati dall’esterno, devono esprimere, e non solo ascoltare. Devono trovare gli strumenti per elaborare il proprio pensiero e non quello degli altri. Noi dobbiamo fornire gli strumenti per “arrivare a”, non le soluzioni, tanto meno le verità già fatte. E, adesso, ti chiedo “ti è piaciuto il film? Perché? Ti ascolto, poi ti dico la mia”. 

 

Dopo avere letto questo dialogo, a chi tra i due interlocutori vi sentite più vicini? E perché?

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Consulenza psicologica

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Psicologi e Psichiatri / Psicologi

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