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Diritto penale criminale

Violenza sessuale su minorenni via internet

Una prassi, ormai, molto diffusa

Violenza sessuale su minorenni via internet - Una prassi, ormai, molto diffusa

Al giorno d'oggi viene fatto un uso smodato ed impoprio dello strumento informatico

Sempre più spesso accade che le persone messe davanti ad un pc in un social network si sentano libere di "fare tutto ciò che passa loro per la testa" come se questo non avesse alcuna conseguenza in termini legali. 

Capita ormai frequentemente che le persone cerchino sui social network il compimento di atti sessuali, anche con soggetti che sono minorenni. 

Difatti è appurato che in un social come facebook vi sia un ampio bacino d'utenza anche di ragazzi/e che non hanno ancora raggiunto la maggiore età. 

Tra gli adolescenti e i ragazzi appena maggiorenni è diventato di moda procedere con la richiesta di amicizia sul social network facebook a ragazze minorenni o appena maggiorenni che si conoscono o non si conoscono con successiva richiesta di foto di queste nude, o nell'atto di compiere masturbazioni sotto richiesta/imposizione

 

Di solito la richiesta viene fatta sotto la minaccia di un male ingiusto e notevole. Non appena il richiedente entra in possesso di una prima foto o video inizia a tormentare la vittima con la richiesta di altro materiale pedopornografico sotto l'ulteriore minaccia della divulgazione a terzi di quello già in suo possesso. 

Tali richieste vengono perpetrate con estrema superficialità da ragazzi neodiciottenni senza minimamente considerare la conseguenza del gesto compiuto.  

Nella sentenza n. 37076/2012 la Cassazione Penale afferma la sussistenza del reato di violenza sessuale avvenuto a distanza. I fatti descrivono la condotta di un soggetto che contattava via chat alcune minorenni per farsi inoltrare delle fotografie a contenuto pornografico ritraenti le medesime. Secondo la Suprema Corte “l'art. 609 bis, comma 1, c.p.sanziona la condotta di “chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali”; allo stesso modo, il comma 2 della stessa norma contempla, quale illecito penale, la condotta di “chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali” con le modalità poi specificate dai numeri 1) e 2). È pertanto evidente che il reato di violenza sessuale non è esclusivamente caratterizzato dal contatto corporeo tra soggetto attivo e soggetto passivo del reato, ma può estrinsecarsi anche nel compimento di atti sessuali che lo stesso soggetto passivo, a ciò costretto o indotto dal soggetto attivo, compia su se stesso su terzi. Ben può, dunque, il reato di violenza sessuale, consistente nel compimento da parte della persona offesa, di atti sessuali su se stessa, essere commesso anche a distanza, ovverossia a mezzo telefono o di altre apparecchiature di comunicazione elettronica. 

 

Il caso che ha affrontato la Corte di Cassazione nella menzionata sentenza è l’ultimo di una lunga serie in cui i Giudici di legittimità hanno dovuto ribaltare i canoni delle “attività sessuali” adeguandoli al clima di rinnovamento tecnologico. Come detto, deriva da ciò l’opinione secondo cui la violenza sessuale, perpetrata con costrizione ovvero induzione, può sussistere senza contatto fisico e senza contestualità spaziale. Il ragionamento della Suprema Corte muove dal fatto che si definisce violenza sessuale anche la condotta di chi costringe o induce taluno a compiere o subire atti sessuali, su se stessa o su terze persone, senza la necessaria contestualità spaziale. L'invito che mi sento di fare come avvocato è quello di utilizzare coscienziosamente lo strumento informatico con la consapevolezza che vi sono conseguenze gravi per gli autori di queste illegittime condotte: i messaggi inviati attraverso le chat ed i social network, se hanno un contenuto equivoco e spinto diretto a minori, portano a conseguenze penali non trascurabili, fino a giungere anche alla violenza sessuale, anche se non c’è stato alcun contatto fisico. Colui che invia tali comunicazioni, infatti, potrà essere condannato alla reclusione dai sei ai dodici anni, senza alcuno sconto di pena, previsto invece per i reati di minore gravità.  



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