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Diritto del lavoro

Rinuncia del lavoratore? Partita ancora aperta...

Il lavoratore dichiara di non aver più nulla a pretendere: non è una rinuncia ai diritti, il datore di lavoro può essere ancora "aggredito"

Rinuncia del lavoratore? Partita ancora aperta... - Il lavoratore dichiara di non aver più nulla a pretendere: non è una rinuncia ai diritti, il datore di lavoro può essere ancora "aggredito"

La Suprema Corte di Cassazione, nella sentenza 8606 del 2016 ha ribadito un principio di importante tutela del lavoratore. Se, infatti, questi dichiara per iscritto di "non aver più nulla a pretendere dal datore di lavoro" nulla è perduto nei suoi diritti e potrà ancora agire per la sua miglior tutela. Così ha precisato il Giudice delle leggi, in motivazione: "Alla luce della giurisprudenza di questa S.C. l'atto con il quale il lavoratore dichiara di non aver nulla a pretendere, a seguito della corresponsione di una determinata somma di denaro, non può considerarsi, per ciò solo, una rinunzia a tutti i diritti scaturenti dal rapporto di lavoro, in quanto tale locuzione è estremamente generica e non sempre è in grado di richiamare l'attenzione del lavoratore sui molteplici diritti che scaturiscono dal rapporto medesimo. 

Ne consegue che non può assumere natura di transazione e non è identificabile come la "reciproca concessione" di cui all'art. 1965 c.c. la quietanza liberatoria sottoscritta dal lavoratore, la cui natura giuridica è quella di atto giuridico in senso stretto, mentre la rinuncia e la transazione sono negozi. 

La rinuncia del lavoratore presuppone, per la propria validità ed efficacia, che questi abbia l'esatta rappresentazione dei diritti di credito di sua spettanza, che sia perfettamente consapevole che nulla ne infici la legittimità e che, ciò nonostante, volontariamente intenda privarsi della totale o parziale realizzazione delle varie ragioni creditorie, specificamente determinate o almeno determinabili.  

In breve, la quietanza liberatoria rilasciata a saldo di ogni pretesa deve essere intesa, di regola, come semplice manifestazione del convincimento soggettivo dell'interessato di essere soddisfatto di tutti i suoi diritti e, pertanto, alla stregua di una dichiarazione di scienza priva di efficacia negoziale. 

"Affinchè vi sia rinuncia ai propri diritti non basta che il lavoratore firmi di non aver più nulla a pretendere: infatti una dichiarazione del genere non costituisce transazione e il lavoratore, volendo potrà anche intraprendere una nuova causa per vedersi riconosciute le cifre a cui aveva genericamente rinunciato".

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