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Consulenza psicologica

Le problematiche di fine vita

Risposte su come affrontarla in modo responsabile

Le problematiche di fine vita - Risposte su come affrontarla in modo responsabile

La questione dell’accanimento terapeutico e della “buona morte” (eutanasia) è un argomento tabù su cui riflettere con attenzione servendosi oggi di tutti gli strumenti possibili a disposizione (da quelli legati alla “medicalizzazione” della vita ormai in atto da tempo alle analisi filosofiche generali su vita, morte, dignità e condotta dell'esistenza). 
Alcune tecniche di cura e intervento sulla vita umana mettono in gioco problemi morali urgenti e inediti che non possono essere demandati alla sola deontologia della professione medica. Fino a che punto possiamo disporre della nostra vita? L’etica della disponibilità della vita da parte dell’uomo e quella della sua indisponibilità si confrontano su questioni come l’eutanasia e l’accanimento terapeutico, in cui chi decide (agente morale) e chi è soggetto alla decisione (paziente morale) spesso non coincidono.
Perché l’eutanasia si verifichi devono sussistere tre condizioni: un rapporto medico paziente; la presenza di una malattia dolorosa per il paziente; la pratica eutanasica deve comportare un beneficio per il paziente nonché per i familiari e la società. 
Ma esiste ancora una morte naturale? Oppure siamo in presenza dell’ultima tappa di una definizione del governo dei viventi in cui le tipologie di decesso si moltiplicano inesorabilmente: morte relativa, morte apparente, morte intermedia e morte biologica? E’ necessario dare una risposta a questo interrogativo che appare oggi sempre più complesso ma nello stesso tempo più urgente per la società in cui viviamo.
Ovviamente questa risposta non potrà essere semplicistica ma bisognerà tener conto di tutti i fattori di cui disponiamo per garantire dignità e benessere agli esseri umani.
Riflettere su questi temi implica dare una risposta anche a una domanda fondamentale: che cos’è che rende l’esistenza umana degna di essere vissuta? La morte è sempre una conclusione inaccettabile o è l’ultima tappa di un percorso di vita vissuta coerentemente e coscientemente?
Si muore ancora della mortalità tradizionale, quella che siamo abituati a considerare la “nostra morte corporale” (per usare l'espressione poetica e dolcissima di San Francesco d'Assisi) ?
Perché la morte per vecchiaia, attesa, prevista, la morte in famiglia – la sola che abbia avuto un senso pieno per la collettività tradizionale, da Abramo ai nostri nonni, non ha più alcun senso al giorno d’oggi? La morte sembra relegata in luoghi ad essa deputati come ospedali e cliniche. 
C’è un fine legato alla conservazione della vita intrinseco all’organismo umano che determina la sacralità della vita? Oppure conta la qualità della vita, con i relativi problemi di una sua misurazione, soggettiva o oggettiva?
L’antico principio della “conoscenza di se stessi” deve essere interpretato in una presa di posizione in ambito etico. L’aiuto e il sostegno di una pratica psicologica adeguata può aiutarci a dare sostanza a questo bisogno tipicamente umano e produrre un mutamento nel modo in cui la nostra soggettività si pone verso i problemi dell’esistenza.

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L'autore Ŕ esperto in
Consulenza psicologica

Polo Psicodinamiche & Scuola Di Psicoterapia Erich Fromm - Prato (PO)

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Psicologi e Psichiatri / Psicologi

Via Giotto 49

59100 - Prato (PO)

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