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Diritto del lavoro

Contratti a termine: il "baratto" delle SS.UU.!

Illegittima reiterazione dei contratti a termine nel pubblico impiego: il baratto dell'indennizzo senza prova, al posto della conversione del rapporto

Contratti a termine: il "baratto" delle SS.UU.! - Illegittima reiterazione dei contratti a termine nel pubblico impiego: il baratto dell'indennizzo senza prova, al posto della conversione del rapporto

A pag. 8 della sentenza Cass. SS.UU. n. 5072 del 1.12.2015/15.3.2016, si legge: “Canone questo che costituisce proiezione del principio di eguaglianza che vuole tutti, secondo capacità e merito valutati per il tramite di una procedura di concorso, possono accedere all’impiego pubblico e che all’opposto non consente l’accesso in ruolo stabile per altra via, tanto più se segnata da illegalità”. 

Ebbene, se sono questi i presupposti della decisione, qualcosa stride con le attese di giustizia di una platea di svariate migliaia di cittadini, “vittime”, né complici né carnefici, di scelte “segnate da illegalità”

Impedire l’accesso, per altra via, ad un ruolo stabile della P.A., è un dovere della P.A. 

Ma se è la stessa P.A. a scegliere la via “illegale”, perché farne pagare le conseguenze al lavoratore? 

Ormai, da 15 anni almeno, i rapporti di lavoro “flessibili” sono per gli enti pubblici, una regola imposta dalle ragioni superiori dei parametri europei. 

Se la P.A., per tanti anni, ha agito come una società di capitali, allora il rimedio deve prima di tutto ristabilire l’equilibrio tra lo strapotere datoriale pubblico e lo sfruttamento delle energie private dei lavoratori, prevedendo misure sanzionatorie proporzionate, effettive e dissuasive. 

La misura sanzionatoria, pertanto, è lo snodo cruciale nei rapporti tra la legislazione italiana e quella europea, il crocevia per la legittimità, o meno, della successione dei contratti a tempo determinato. 

Ma la soluzione individuata dalle SS.UU. è quella più inadeguata, da un lato, a ristorare i danni patiti e, dall’altro, a dissuadere e sanzionare efficacemente gli abusi. 

Gli Ermellini hanno scrupolosamente ricordato la successione di norme “disincentivanti” per i dirigenti pubblici inclini ad abusare dei rapporti precari: sanzioni, processi per danni all’erario, valutazioni di demerito, ecc., tutte formule belle sulla carta, ma prive di concreta applicazione. 

Anche perché, a baluardo degli interessi personali dei dirigenti pubblici, soccorre la necessità che vi sia dolo o colpa grave e, escludendo il primo, la seconda è automaticamente disinnescata dalla conclamata necessità d’organico. 

Quindi, non paga nessuno e quelle norme “dissuasive” sono solo un insufficiente rattoppo alla palese violazione dell’accordo quadro del 18.3.1999, allegato alla direttiva 1999/70/CE del 28.6.1999 (C.G.E., sentenza 04/07/06). 

E se questo è lo sconcertante scenario del sistema disincentivante e sanzionatorio, quello dell’adeguato ristoro dei danni ai lavoratori (a termine) è diventato, dopo la sentenza delle SS.UU., un gioco beffardo. 

Il punto 17) della sentenza delle SS.UU. è un condensato di cinismo, ben introdotto sin dalla frase di chiusura del precedente punto 12): “Ossia se l’Amministrazione pubblica avesse agito legittimamente non commettendo l’abuso, non avrebbe posto in essere la sequenza di contratti a termine in violazione di legge e il lavoratore non sarebbe stato affatto assunto ”. 

Qui, le SS.UU. già mostrano di assolvere gli abusi, derubricandoli ad “opere di bene”… 

La sentenza in commento si sostiene su ragioni di opportunità e su un malcelato “cerchiobottismo” metagiuridico, che risulta palpabile nel punto 17) della sentenza delle SS.UU., dove, con slancio apparentemente “riparativo” del poco coraggio mostrato in tema di conversione del rapporto, si gioca con il significato dell’art. 32, comma 5, L. 4.11.2010 n. 183, fornendo di esso una diseguale finalità, a seconda che si tratti di rapporto di lavoro privato o pubblico. 

Nel primo caso, poiché si accompagna alla conversione, la finalità “contenitiva” mantiene l’indennità nel range da 2,5 a 12 mensilità retributive. 

Nel secondo caso, invece, mancando la conversione, l’indennità ex art. 32 ha la finalità di “garantire” al lavoratore un ristoro dei danni senza onere della prova. 

Ora, a parte che questo diverso peso probatorio tra privato e pubblico, apre scenari di incostituzionalità dell’art. 32, comma 5, L. n. 182/2010, ciò che davvero è inaccettabile è che ai lavoratori del settore pubblico “contrattualizzato” (aggettivo che le SS.UU. consapevolmente sostituiscono al “privatizzato”, ormai poco funzionale al “bluff” della equiparazione pubblico/privato), venga “concesso il bonus” dell’indennizzo senza prova, a fronte dell’unica, vera soluzione dissuasiva e ripartiva, della trasformazione del rapporto. 

Dunque, un “baratto” tutto da discutere e la sentenza delle SS.UU. meriterebbe una significativa rilettura critica da parte dei Giudici di merito, ormai sempre più gli unici in grado di rispondere, senza grandi equilibrismi, alle istanze di giustizia de cittadini italiani. 

 

Anche le sentenze delle SS.UU. non sono eterne.

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