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Diritto bancario e assicurativo

Il danno risarcibile al Fallimento

L’azione di responsabilità verso gli amministratori e il ricorso al criterio equitativo per la liquidazione del danno: commento a Cass. civ. 8802/2016

Il danno risarcibile al Fallimento - L’azione di responsabilità verso gli amministratori e il ricorso al criterio equitativo per la liquidazione del danno: commento a Cass. civ. 8802/2016

Con sentenza n. 8802/2016, pubblicata il 04/05/2016, la Suprema Corte ha scritto l’ennesimo capitolo in tema di quantificazione del danno risarcibile al Fallimento in caso di accertata responsabilità degli ex amministratori della società fallita.
Anzitutto è doveroso ricordare che, in precedenza, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 9100 del 6 maggio 2015, andando a sanare un annoso contrasto giurisprudenziale, avevano definitivamente chiarito che Nell’azione di responsabilità promossa dal curatore del fallimento di una società di capitali nei confronti dell’amministratore della stessa (…) la mancanza di scritture contabili della società, pur se addebitabile all’amministratore convenuto, di per sé sola non giustifica che il danno da risarcire sia individuato e liquidato in misura corrispondente alla differenza tra il passivo e l’attivo accertati in ambito fallimentare, potendo tale criterio essere utilizzato soltanto al fine della liquidazione equitativa del danno, ove ricorrano le condizioni perché si proceda ad una liquidazione siffatta, purché siano indicate le ragioni che non hanno permesso l’accertamento degli specifici effetti dannosi concretamente riconducibili alla condotta dell’amministratore e purché il ricorso a detto criterio si presenti logicamente plausibile in rapporto alle circostanze del caso concreto. (…) lo stesso curatore potrà invocare a proprio vantaggio la disposizione dell’art. 1226 c.c. e perciò chiedere al giudice di provvedere alla liquidazione del danno in via equitativa. Né può escludersi che, proprio avvalendosi di tale facoltà di liquidazione equitativa, il giudice tenga conto in tutto o in parte dello sbilancio patrimoniale della società, quale registrato nell’ambito della procedura concorsuale. Ma, come condivisibilmente già osservato da Cass. 2538/05 e 3032/05, citt., per evitare che ciò si traduca nell’applicazione di un criterio affatto arbitrario, sarà pur sempre necessario indicare le ragioni che non hanno permesso l’accertamento degli specifici effetti pregiudizievoli concretamente riconducibili alla condotta del convenuto, nonché la plausibilità logica del ricorso a detto criterio, facendo riferimento alle circostanze del caso concreto.
Ed è proprio dalla ormai assodata ricorribilità alla valutazione equitativa del danno ex art. 1226 c.c. anche in ambito fallimentare, che prende spunto la pronuncia n. 8802 del 2016. Il giudizio di legittimità riguardava una sentenza del gennaio 2012 con cui la Corte di Appello di Catania aveva ritenuto inammissibile, ai fini della quantificazione del danno subito dalla società fallita, l’utilizzo di criteri prognostici e/o probabilistici nella valutazione equitativa, in relazione al presumibile esito delle insinuazioni tardive e delle opposizioni allo stato passivo.
Sul punto la Cassazione reputa viziata in diritto la decisione della Corte di merito nella parte in cui ha affermato di non poter tenere in considerazione il “presumibile esito delle insinuazioni tardive e delle opposizioni allo stato passivo” poiché non sarebbe possibile stabilire “l’entità del danno sulla base di prognosi e/o probabilità”.
Infatti, secondo il Supremo Collegio, “posto che il primo giudice, nel liquidare il danno conseguente alla responsabilità degli amministratori, ha fatto ricorso al criterio equitativo, ricorrendo alla differenza tra attivo e passivo fallimentare, ne consegue la piena legittimità del ricorso a valutazioni prognostiche in ordine al probabile esito positivo delle insinuazioni tardive e delle opposizioni allo stato passivo, sulla base della documentazione prodotta dalla Curatela. Ed inoltre, affermare che nell'ambito della valutazione equitativa si debba dare la prova specifica dell'ammontare è chiaramente in contraddizione con il ricorso a detto potere discrezionale, conferito al giudice dagli artt. 1226 e 1227 c.c., il cui esercizio, come affermato tra le ultime nella pronuncia 127/2016, presuppone che sia provata l'esistenza di danni risarcibili e che risulti obiettivamente impossibile o particolarmente difficile provare il danno nel suo preciso ammontare, e che onera la parte interessata della prova non solo dell'"an debeatur" del diritto al risarcimento, ove sia stato contestato o non debba ritenersi "in re ipsa", ma anche di ogni elemento di fatto utile alla quantificazione del danno e di cui possa ragionevolmente disporre nonostante la riconosciuta difficoltà, sì da consentire al giudice il concreto esercizio del potere di liquidazione in via equitativa, che ha la sola funzione di colmare le lacune insuperabili ai fini della precisa determinazione del danno stesso”.

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