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Consulenza psicologica

Demenza: efficacia delle terapie non farmacologiche

Le terapie non farmacologiche sono un efficace e valido strumento con cui è possibile ritardare il decorso del deterioramento cognitivo. Vediamo come

Demenza: efficacia delle terapie non farmacologiche - Le terapie non farmacologiche sono un efficace e valido strumento con cui è possibile ritardare il decorso del deterioramento cognitivo. Vediamo come

Lavorando sia in ambito clinico che di ricerca, sono entrata in contatto con le due facce della lotta alla demenza ancora troppo poco spesso integrate tra di loro: quella prettamente scientifica, dove grande attenzione viene data alla sperimentazione di nuove terapie farmacologiche e quella delle terapie non farmacologiche, dove la partita si gioca nella promozione degli interventi riabilitativi attraverso il rapporto diretto con il paziente e con i suoi familiari. 

Da psicologo, non riesco naturalmente ad ipotizzare un intervento che prescinda dall’attenzione alla persona intesa nella sua unicità e, se da un lato il contributo delle terapie farmacologiche è attivamente promosso ed incentivato dalla comunità scientifica, davvero poco spazio viene ancora riservato nel concreto alle terapie non farmacologiche

Esse costituiscono un’ampia gamma di interventi, dalla stimolazione alla riabilitazione cognitiva dove, con esercizi e tecniche estremamente vari, si può lavorare sulle abilità cognitive “residue” della persona con demenza e, in associazione alla terapia farmacologica, ne potenziano l’efficacia. 

Naturalmente un’attenta valutazione neuropsicologica, al fine di stabilire il livello di deterioramento cognitivo, è necessaria e propedeutica alla stesura del programma riabilitativo in quanto occorre definire quali sono le aree cognitive su cui intervenire. 

Nel corso dell’evoluzione della demenza, inoltre, cambiano le risorse cognitive, le esigenze del paziente e dei suoi familiari e le possibilità stesse di intervento, per cui occorre un continuo monitoraggio neuropsicologico al fine di modulare nel tempo la riabilitazione cognitiva e renderla di volta in volta il più efficace e funzionale possibile per la persona. Ad esempio, banalizzando molto, per un paziente con un deterioramento cognitivo di entità lieve-moderata ho trovato utile lavorare insieme a lui per far sì che mantenesse il più a lungo possibile alcune autonomie come riuscire a comprare il giornale, cucinare semplici piatti o vestirsi da solo. Analogamente, con un paziente con un deterioramento cognitivo di entità moderata abbiamo raggiunto il traguardo di provare giorno dopo giorno ad orientarsi nel tempo con l’aiuto di un calendario. 

Dietro l’apparente semplicità degli esercizi di riabilitazione cognitiva c’è quindi un’attenta conoscenza teorica sia del normale funzionamento delle funzioni cognitive, sia di come queste possano alterarsi o deteriorarsi nelle varie fasi della demenza. 

Ma ciò che sostengo con forza proprio in base all’esperienza clinica personale è che, perché l’intervento non farmacologico abbia la massima efficacia, è necessario che esso sia inteso come situato all’interno della relazione con il paziente, senza mai perdere di vista la persona

Cosa significa efficacia di un intervento”? Significa ciò che per quella persona è funzionale, quello che per una persona va bene, per un’altra no. Mi riferisco alla necessità di creare un intervento riabilitativo che tenga conto non solo del livello cognitivo ma anche della personalità del paziente inteso come persona unica con le sue passioni, ansie, vergogne e paure e che si strutturi all’interno di questo spazio simbolico dove paziente e psicologo operano costantemente insieme. 

Quello che rende un intervento efficace va deciso passo dopo passo insieme al paziente, attraverso i risultati e i fallimenti, mantenendo viva la sua dignità anche quando il deterioramento cognitivo è nelle fasi finali. 

Introducendo la terapia non farmacologica nelle fasi iniziali della malattia, ho potuto constatare che la sua efficacia aumenta anche in virtù del fatto che si può intervenire per migliorare la qualità di vita del paziente, lavorando sull’aspetto del sostegno psicologico e sulla consapevolezza della malattia, sull’accettazione del nuovo Sé e delle nuove possibilità d’essere, imparando a rinunciare a quelle che non ci sono più o riconoscendo il fatto che gradualmente svaniranno, al fine di gestire eventuali sintomi depressivi ed integrando le attuali difficoltà nella percezione di sé. 

All'interno di un trattamento riabilitativo rivolto al paziente non va sottovalutato il sostegno psicologico al familiare, in un percorso dove ogni giorno va ricostruita la rappresentazione del proprio caro con demenza, di se stessi e delle nuove possibilità di essere sè con lui. Rimettere in gioco una relazione in questo modo, indipendentemente dal tipo di rapporto preesistente, non sempre è semplice. Le dinamiche che si creano in una famiglia dove c’è una persona ammalata di demenza sono spesso potenti ed inconsapevoli, perché si nutrono ed alimentano emozioni molto spesso negative, come senso di colpa, rabbia ed impotenza, che rendono ancora più difficile la gestione del paziente e della relazione. Si aggiunge a ciò l’inesperienza, giustamente, di chi si affaccia per la prima volta in un mondo sconosciuto, su cui neurologi e geriatri non possono, né forse è loro diretta competenza, far luce caso per caso. 

Ecco perché una terapia non farmacologica dovrebbe a mio avviso integrare e sopperire a tutti quegli spazi di intervento che le terapie farmacologiche lasciano vuoti, a cominciare dall’aspetto riabilitativo fino a quello di sostegno psicologico al paziente e ai suoi familiari.

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Dott.ssa Sara Gaudenzi - Roma (RM)

Dott.ssa Sara Gaudenzi

Psicologi e Psichiatri / Psicologi

Via Delle Fornaci 24

00165 - Roma (RM)

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