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Diritto penale criminale

Sulla prova del reato di guida in stato di ebrezza

Ripercussioni sul piano probatorio della ritardata esecuzione degli esami strumentali per l’accertamento del tasso alcolemico

Sulla prova del reato di guida in stato di ebrezza - Ripercussioni sul piano probatorio della ritardata esecuzione degli esami strumentali per l’accertamento del tasso alcolemico

Come noto, il reato di guida in stato di ebbrezza costituisce un’ipotesi contravvenzionale modellata in chiave oggettivistica, nel senso che l’integrazione delle fattispecie penali delineate dall’art. 186 C.d.S. è strettamente connesso al riscontro, in via strumentale (tramite etilometro o prelievo ematico), di determinati valori numerici, indicatori di due differenti fasce di alcometria - da 0,81 a 1,49 g/l la prima e da 1,50 g/l in su la seconda -, cui si associa una risposta sanzionatoria differente e progressivamente più grave. 

L’accertamento in concreto della consumazione del reato deve tuttavia tenere conto delle caratteristiche della c.d. “tossicocinetica” dell’etanolo, ossia, nello specifico, dei meccanismi caratterizzanti i processi di assorbimento ed eliminazione di tale sostanza dall’organismo.  

Quanto al primo, è comunemente accettato a livello scientifico che l’alcool etilico raggiunge il valore massimo nell’organismo tra la mezz’ora e l’ora e mezza dall’ingestione, a seconda che venga assunto a digiuno o nel corso di un pasto. La presenza di cibo, infatti, rallenta lo svotamento gastrico, incidendo notevolmente sui tempi di assorbimento. 

Raggiunto il picco massimo, l’alcolemia rimane costante per alcuni minuti per poi diminuire progressivamente. La fase di eliminazione è più lenta di quella di assorbimento e dipende essenzialmente dal metabolismo del fegato: il processo può durare anche diverse ore, in quanto, in media, il tasso alcolemico diminuisce alla velocità di 0,15 g/l per ora. 

In considerazione dei descritti processi fisiologici, uno dei maggiori problemi che può riscontrarsi nella pratica processuale è strettamente collegato alla tempistica con cui vengono condotti gli accertamenti strumentali. In particolare, allorché, per qualunque motivo, tra il momento in cui una persona viene fermata alla guida e quello in cui la stessa viene sottoposta ad alcooltest (o a prelievo ematico) intercorre un notevole lasso di tempo, è del tutto evidente che l’eventuale valore positivo riscontrato non è in grado di restituire una precisa “fotografia” del livello di intossicazione manifestata dall’interessato all’epoca della commissione del fatto, stante, come visto, il normale fluttuare dell’alcolemia con il decorso del tempo. Di qui, dunque, il problema se, malgrado la tardiva esecuzione dell’accertamento tecnico-strumentale, possa giungersi – ed in quali termini – ad un’affermazione di penale responsabilità dell’imputato

Al riguardo, la Corte di Cassazione, nell’affrontare la questione, ha affermato il principio di diritto secondo cui “decorso di un intervallo temporale di alcune ore tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolemico rende necessario, ai fini della sussunzione del fatto in una delle due ipotesi di rilievo penale, verificare la presenza di altri elementi indiziari” (Cass. pen., sez. IV, 11 marzo 2014 n. 13999). 

In buona sostanza, a parere della Suprema Corte, il risultato dell’esame strumentale eseguito a notevole distanza di tempo dal fatto non può di per sé essere sufficiente a fondare un giudizio di responsabilità dell’imputato, essendo a tal fine necessaria la presenza di ulteriori dati di fatto aventi natura indiziaria.  

In tal senso, si segnala una recente pronuncia del Tribunale di Belluno (sentenza n. 670/15 pubblicata in Il Caso.it – Sez. Giurisprudenza, 13808 – pubb. 10/12/2015) intervenuta rispetto alla vicenda di una donna imputata del reato di cui all’art. 186, co. 2, lett. c), D.Lgs n. 285/1992, la quale, coinvolta in un incidente stradale autonomo, veniva sottoposta a prelievo ematico a distanza di oltre 2 ore e mezza dal fatto con il riscontro di un tasso di 1,98 g/l. 

Il Tribunale ha considerato il valore nello specifico accertato non idoneo a rappresentare l’alcolemia dell’imputata al momento del sinistro ed ha quindi derubricato dalla lett. c) alla lettera b) dell’art. 186, co. 2. C.d.S. il reato contestato sul presupposto che, in forza degli elementi indiziari acquisiti in sede istruttoria (in particolare: il notevole ritardo con cui era stato eseguito il prelievo ematico e il fatto che l’assunzione alcolica, avvenuta nel corso di un pasto, aveva preceduto di pochi minuti il sinistro), il livello di alcool nel sangue non potesse essere, come indicato in imputazione, 1,98 g/l, ma, più verosimilmente, nell’ordine di 1,2 g/l.

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L'autore è esperto in
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Avvocati / Penale

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