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Consulenza finanziaria e patrimoniale

Finanza etica o etica nella finanza? Un Ossimoro?

Analisi ed approfondimento della finanza etica, delle sue caratteristiche distintive, dei suoi punti di forza e del perchè diventerà protagonista

Finanza etica o etica nella finanza? Un Ossimoro? - Analisi ed approfondimento della finanza etica, delle sue caratteristiche distintive, dei suoi punti di forza e del perchè diventerà protagonista

SUPPORTI NORMATIVI 

Occuparsi di finanza etica non è più, se mai lo fosse stato, solo un hobby o un cipiglio per consulenti “vegani” o alla ricerca di tematiche di nicchia. E’ diventato oltre che un must professionale anche, deontologicamente parlando, un protocollo di azione indispensabile per qualsiasi consulente finanziario che voglia svolgere al meglio il proprio difficile compito in un contesto come quello attuale.   

A livello internazionale relativamente agli investimenti sostenibili e responsabili si fa riferimento ad una sorta di “soft law”, di buone pratiche adottate unicamente su base volontaria, che con il passare del tempo sono state di fatto riconosciute ma non ancora codificate e dotate di efficacia vincolante diretta, oltretutto caratterizzate da regole flessibili e adattabili a nuovi settori della vita economica o sociale. Si sta sempre più diffondendo la consapevolezza dell’importanza dell’investimento responsabile e sostenibile non solo nel settore assicurativo ma anche in molti altri settori che tradizionalmente non si erano mai mostrati altrettanto sensibili al tema. Ricordiamo che già nell’aprile del 2006, alla borsa di New York, su iniziativa dell’Onu, erano stati lanciati i Pri (Principles for Responsible Investment). Si tratta di pochi e chiari principi che tutti i firmatari (a gennaio 2015 raggiungono il numero di 1349 e sono rappresentati per lo più da Asset Owner - investitori istituzionali di varia natura: fondazioni, società di gestione, fondi pensione che sempre a quella data movimentano 45 miliardi di USD di masse gestite) si impegnano solennemente a rispettare per integrare valutazioni ESG (Enviromental, Social and Governance) nel processo di investimento tradizionale per garantire una gestione più efficiente e sostenibile degli investimenti nel lungo periodo. Altro passo molto importante avvenuto in occasione della Conferenza sullo sviluppo sostenibile “Rio+20” delle Nazioni Unite è stata la presentazione dei Principles for Sustainable Insurance. 

In Italia, il legislatore si è mosso su vari livelli. L’investimento etico è disciplinato dall’articolo 117-ter del Testo Unico della Finanza (Tuf – Dlgs. 58/98 aggiornato dalla Legge n.61 del 30 ottobre 2014) che recita: “La Consob, previa consultazione con tutti i soggetti interessati e sentite le autorità di vigilanza competenti, determina con proprio regolamento gli specifici obblighi di informazione e rendicontazione cui sono tenuti i soggetti abilitati e le imprese di assicurazione che promuovono prodotti e servizi qualificati come etici o socialmente responsabili”. Oltre alla gestione collettiva del risparmio ed alle imprese di assicurazione la legge si è rivolta anche ad altri protagonisti del risparmio quali i Fondi Pensione. Il Dlgs. 252/05 (vero e proprio testo unico in materia di previdenza complementare), all’articolo 6, comma 13, lettera c, ha previsto che “Le forme pensionistiche complementari sono tenute ad esporre nel rendiconto annuale e, sinteticamente, nelle comunicazioni periodiche agli iscritti, se ed in quale misura nella gestione delle risorse e nelle linee seguite nell’esercizio dei diritti derivanti dalla titolarità dei valori in portafoglio si siano presi in considerazione aspetti sociali, etici ed ambientali”. Ciò non bastasse il recente articolo 3, comma 6 del Decreto 2 settembre 2014 n.166 recita: “il fondo pensione comunica alla Covip (Commissione di Vigilanza sui fondi pensione – ndr) gli aspetti etici, sociali, ambientali e di governo societario presi in considerazione nell’attività di investimento”. 

In Europa, la lenta ma inesorabile strada verso il raggiungimento di un hard law in materia che definisca un contesto normativo caratterizzato finalmente da strumenti giuridici vincolanti e che individuino specifiche responsabilità in capo a governi ed istituzioni, ha portato all’approvazione del Consiglio Europeo del 29 settembre 2014 di una importante direttiva sulla divulgazione delle informazioni non finanziarie (Disclosure of non-financial and diversity information) che prevede l’introduzione nella reportistica, per ora delle sole società quotate, di tutti i rischi di gestione di tematiche connesse a diritti umani, ambiente e corruzione e/o ai rischi c.d. extra finanziari. La direttiva diverrà efficace solo dal 2018 ed è rivolta a circa 6.000 società europee con oltre 500 dipendenti. Da quella data la pubblicazione del report finanziario dovrà essere seguito entro sei mesi dalla pubblicazione di un report extra finanziario che contempli i rischi di cui sopra. 

QUALCHE CENNO STORICO SULLA NASCITA E LO SVILUPPO DELL’INVESTIMENTO SOSTENIBILE E RESPONSABILE. 

L’origine della finanza etica (o per meglio dire dell’investimento sostenibile e responsabile – Sustainable and Responsible Investment, abbreviato da ora in avanti SRI)  a parere di chi scrive è da ricercare nella dottrina cristiana o meglio nella presa di coscienza sempre più collettiva, a partire perlomeno dal XVIII secolo, dell’incompatibilità dei principi fondanti della dottrina cristiana con attività economiche e nello specifico finanziarie coinvolte con tratta degli schiavi, commercio di armi, alcol, tabacco e gioco d’azzardo. Dal Nord Europa questa forte sensibilità etica negli affari si sposta nei primi movimenti di protesta degli anni 60 negli Stati Uniti dove movimenti finalizzati alla difesa dei diritti civili ed al boicottaggio delle economie dei paesi non anti apartheid iniziamo ad imporre sempre più il proprio peso anche finanziario. Arrivano immediatamente dopo le prime contestazioni universitarie contro l’intervento armato nella guerra del Vietnam ed i primi boicottaggi nei confronti di governi militarmente schierati e di aziende protagoniste nelle forniture di armamenti e prodotti di supporto allo sforzo bellico. La finanza diviene per la prima volta uno strumento potente e utile per generare cambiamenti sociali e politici. Il primo fondo comune etico (il famoso Pioneer Fund) nasce in Usa per gestire le risorse di alcune istituzioni religiose che impongono un approccio all’investimento c.d. di “esclusione”. Nessuna risorsa dovrà essere impiegata nelle attività o nelle categorie merceologiche del tabacco, dell’alcol e del gioco d’azzardo. La concezione dell’investimento come strumento di miglioramento della società ritorna in Europa; siamo negli anni 80 ed in Inghilterra viene costituito il Friends Provident’s Stewardship Trust, fondo promosso da una mutua assicurativa inglese legata al movimento dei Quaccheri. In Italia il primo fondo etico sarà quello lanciato da SanPaolo Imi nel 1997. Oggi, gli ultimi dati disponibili (febbraio 2015), testimoniano che il risparmio etico nel vecchio continente è arrivato a cubare 127 miliardi di euro di aum con un numero di fondi “etici e/o socialmente responsabili” pari a 957 e con paesi leader in questo ambito quali Francia e Belgio. 

DEFINIZIONE DI FINANZA ETICA. 

Pregiudizio, ignoranza finanziaria, interessi della finanza tradizionale, disinformazione mediatica e pigrizia cognitiva hanno portato a distorcere il significato della finanza etica e a trasmettere la vulgata che “etica” sia sinonimo di “morale” e che l’investimento etico o socialmente responsabile si debba semplicemente ridurre ad una forma raffinata di beneficienza in cui il risparmiatore, rinunciando scientemente alla ricerca di una massimizzazione del proprio rendimento, sia disposto ad effettuare una pura devoluzione di parte dei propri proventi in beneficienza. 

Ebbene, la finanza etica non è beneficienza, non è priva di lucro, non è avulsa dalle logiche di mercato, non è in una parola una semplice forma di carità. Come possiamo definire allora la finanza etica? Le definizioni che circolano attualmente sono numerose. In questa sede abbiamo deciso di fare propria la definizione che nel 2014 ha prodotto il Forum della Finanza Sostenibile (vero e proprio network italiano per la promozione della finanza sostenibile) che ben si declina in tutte le differenti tipologie di strumenti finanziari. Lo specifico gruppo di lavoro di cui facevano parte banche, società di gestione del risparmio, imprese di assicurazione ed enti non profit durante il Forum per la Finanza Sostenibile del 2014 ha lanciato la seguente definizione: “L’investimento Sostenibile e Responsabile è una strategia di investimento orientata al medio-lungo periodo che, nella valutazione di imprese e istituzioni, integra l’analisi finanziaria con quella ambientale, sociale e di buon governo, al fine di creare valore per l’investitore e per la società nel suo complesso”. Analizziamo con attenzione gli elementi caratterizzanti della definizione: 

·         la finanza etica è business-oriented 

·         è orientata al medio-lungo termine non al breve 

·         prevede l’applicazione sistematica e continua di una rigorosa medotodologia di valutazione degli asset investibili fondata su specifici indicatori di carattere ambientale, sociale e di buon governo societario (ESG – enviromental, social and governance) che non sono gli unici parametri di riferimento per le scelte del decisore ma che integrano i tradizionali criteri prettamente finanziari adottati per selezionare investimenti in imprese, stati, istituzioni. 

·         Il principio di fondo è che per cercare e produrre valore occorre aggiungere criteri di scelta ESG ai criteri tipici della finanza tradizionale. L’investimento Esg-compliant produrrà inevitabilmente valore finanziario ed extra finanziario sostenibile nel lungo termine a beneficio di tutti gli Stakeholder (tutti i portatori di interesse in senso lato: azionisti, dipendenti, clienti, fornitori, comunità locali, società civile) non solo degli azionisti. 

·         Focalizzare la propria attenzione sull’analisi delle variabili ESG senza trascurare l’analisi tradizionale comporta una migliore capacità di prezzare il rischio insito nell’oggetto dell’investimento senza trascurare, per esempio, tutti quegli elementi informativi aggiuntivi che se ignorati potrebbero comportare l’insorgere improvviso e imprevisto di conseguenze estremamente significative ed economicamente impattanti sulla remunerazione dell’investimento medesimo (in tal senso, gli esempi negativi di assoluta attualità sarebbero numerosi). 

PRI – PRINCIPLES FOR RESPONSIBLE INVESTMENT 

Aprile del 2006, borsa di New York, iniziativa dell’Onu, lancio dei Pri (Principles for Responsible Investment). Si tratta di pochi e chiari principi che i firmatari (a gennaio 2015 raggiungono il numero di 1349 e sono rappresentati per lo più da Asset Owner - investitori istituzionali di varia natura: fondazioni, società di gestione, fondi pensione che sempre a quella data movimentano 45 miliardi di USD di masse gestite) si impegnano solennemente a rispettare per integrare valutazioni ESG (enviromental, social and governante) nel processo di investimento tradizionale e per garantire una gestione più efficiente e sostenibile degli investimenti nel lungo periodo.  Eccoli nel dettaglio: 

1.       Incorporare tematiche ESG nell’analisi degli investimenti e nel processo decisionale 

2.       Agire da azionisti attivi e incorporare le tematiche ESG nelle proprie linee guida 

3.       Spingere le società a rendicontare su tematiche ESG 

4.       Promuovere l’implementazione dei principi nel settore finanziario 

5.       Lavorare con gli altri firmatari per aumentare l’efficacia dei principi 

6.       Rendicontare sui propri progressi e sulle proprie attività di implementazione dei principi.  

METODOLOGIE E APPROCCI PRATICATI. 

Eurosif (European Sustainable Investment Forum) – organizzazione europea nata con la finalità di promuovere l’investimento sostenibile nei mercati finanziari attraverso attività di advocacy e politica pubblica in merito a iniziative della Commissione Europea – nell’ottobre 2014, con l’European SRI Study, ha pubblicato la sesta edizione di una ricerca condotta sulle pratiche di investimento sostenibile e responsabile messe in atto in ben 13 paesi europei nel biennio 2011-2013 arrivando ad individuare ben 7 distinte metodologie applicative, ognuna contraddistinta da differenti e specifici obiettivi e procedimenti, con cui sono stati declinati i principi di investimento sostenibile e responsabile. Le 7 strategie categorizzate sono: 

·         Selezione basata su esclusioni 

·         Selezione basata sul rispetto di norme e standard internazionali 

·         Selezione “best in class” 

·         Investimenti tematici 

·         Integrazione 

·         Engagement 

·         Impact Investing 

Vediamole nel dettaglio: 

1)      Selezione basata su esclusioni. 

E’ una strategia che prevede l’esclusione ex ante di aziende, paesi o settori dell’universo investibile qualora prevedano attività o pratiche in contrasto con principi e valori di riferimento. Banalmente, si tratta di escludere dal filtro della proprio processo di investimento tutti quei possibili target che svolgano attività ritenute dannose per la società (alcol, tabacco, armi, gioco d’azzardo, pornografia, produzione e commercio di armi o perlomeno di alcuni tipi di armi, etc..) o per l’ambiente (produzione e commercio ogm, trattamento energia nucleare, etc.). E’ in assoluto la più utilizzata a livello europeo. 

2)      Selezione basata sul rispetto di norme e standard internazionali 

E’ una strategia che seleziona l’universo investibile in base al rispetto di importanti e diffusi standard internazionali quali quelli sui diritti umani, sul rispetto delle convenzioni internazionali sulla corruzione, per esempio, o sulla biodiversità. Gli emittenti che violano determinati standard non possono essere acquistati o se già presenti in portafoglio devono essere oggetto di decisioni di disinvestimento. 

3)      Selezione “best in class”. 

E’ una strategia che individua all’interno di un universo i migliori emittenti in base a criteri ESG che dovranno conseguentemente beneficiare dell’attribuzione di un peso maggiore in portafoglio. Il vantaggio di questo metodo è che a livello teorico potrebbe non escludere a priori nessun settore o tipologia di attività o nessuna area geografica o nazione (come invece potrebbe accadere utilizzando differenti strategie di selezione). Il metodo semplicemente valuta e premia gli emittenti che soddisfano meglio determinati criteri prefissati nella griglia di conformita’ Esg. La composizione di portafoglio che ne discende non si discosta marcatamente dal benchmark e consente di operare in qualunque contesto. 

4)      Investimenti tematici. 

E’ la strategia più pura e di nicchia. Si privilegiano tutti gli investimenti pertinenti ad aree, attività, settori merceologici, etc. legati alle tematiche ESG. Si scelgono trend o temi legati a cambiamenti climatici, efficienza energetica, gestione efficiente delle risorse idriche, salute, agricoltura biologica, etc.. 

5)      Integrazione. 

Le variabili Esg vengono inglobate nel metodo di valutazione degli asset. I criteri Esg integrano l’analisi fondamentale e tradizionale finanziaria in maniera sistematica e non occasionale o semplicemente legata a singole tematiche calde. E’ una delle strategie di maggiore diffusione ed applicazione anche se essendo nata di recente è ancora difficile valutarne l’impatto a lungo termine sulle performance conseguite. 

6)      Engagement. 

L’asset owner o l’investitore in generale, con questa strategia, mirano a creare un dialogo costante, strutturato e di lungo periodo con il management dell’impresa bersaglio dell’investimento al fine di poter segnalare l’eventuale presenza di fattori di rischio in materia ESG. Gli investitori suggeriscono modalità e pratiche di gestione dei rischi esg segnalati. Se l’attività si concretizza in semplice dialogo si parla di “soft engagement”, quando, per contro, l’attività arriva all’espressione di voti nelle assemblee si parla di “hard engagement” o azionariato attivo. E’ certamente una delle pratiche più evolute dell’investimento sri. E’ finalizzata ad usare metodi di influenza costanti e graduabili al fine di stimolare sempre di più comportamenti e scelte aziendali responsabili e sostenibili nel lungo termine. L’ingaggio è differente dalla semplice partecipazione azionaria in quanto ambisce a influire strutturalmente e incisivamente sulle decisioni e pratiche in materie ambientali (tutela e rispetto dell’ambiente, sviluppo sostenibile), sociali (rispetto dei diritti dei lavoratori, dei diritti umani, delle politiche antidiscriminatorie di razza e di genere) e di governance (trasparenza nella gestione d’impresa, etica nella remunerazione degli organi sociali di vertice, rispetto dei codici etici). 

7)      Impact investing. 

Si investe in imprese, organizzazioni o fondi che hanno la finalità di realizzare un impatto ambientale e sociale positivo unitamente alla ricerca di un equo ritorno finanziario. Esempi: investimenti in imprese sociali, nel campo della sanità, cultura, tutela ambientale, sostegno fasce sociali deboli, micro finanza e social housing.  

SRI E RENDIMENTI FINANZIARI. 

Investire in maniera sostenibile e responsabile non significa rinunciare alle opportunità di rendimento che ogni mercato può offrire. Semplicemente la ricerca di performance finanziarie è costantemente mitigata e guidata dalla sostenibilità dell’investimento. E’ come se investendo in maniera etica si ambisse a perseguire due obiettivi: la ricerca di un valore finanziario dell’investimento in abbinamento alla ricerca di un suo valore extrafinanziario non sempre quantificabile. Recenti ricerche hanno dimostrato che perseguendo i due scopi migliora il profilo rischio rendimento e aumenta il valore della gestione. Si riducono infatti le fonti di rischio potenziale derivanti da comportamenti e condotte non curanti della sostenibilità dell’impresa, si evitano e/o riducono i rischi reputazionali, si presta una maggiore e migliore attenzione alla destinazione delle risorse. Numerose ricerche hanno dimostrato empiricamente che aziende con migliori standard Esg hanno generato in passato rendimenti positivi in termini di performance e comunque migliori di emittenti poco attenti alle tematiche esg. 

Un’accurata analisi dell’Università di Roma Tor Vergata del 2014 effettuata su di un arco temporale di 20 anni dal 1992 al 2012 ha evidenziato che i fondi sri non risultano affatto svantaggiati in termini di rendimento rispetto ai normali competitors. Di più, nei periodi di crisi ed in particolare in quelli successivi alla crisi del 2007 hanno presentato migliori performance proteggendo meglio il capitale investito. Alla pressoché medesima conclusione sono giunte anche le evidenze empiriche del contributo accademico della Harvard Business School che nel 2011 ha registrato performance delle società rsi superiori di quelle di aziende tradizionali con indici di bassa sostenibilità ESG (confrontando per 18 anni due cluster di 180 aziende sia ad alta sostenibilità sia a bassa sostenibilità). 

Tutte le ulteriori ricerche rinforzano le evidenze che l’investimento etico e socialmente responsabile consente di produrre benefici oggettivi al portafoglio finanziario. 

Ci piacerebbe molto nel prossimo numero analizzare modalità e metodologia di approccio, consulenza al cliente, proposizione, monitoraggio  che ogni consulente potrebbe mettere in atto concretamente nella sua quotidianità facendo leva sull’ investimento sostenibile e responsabile per ottenere benefici di diversificazione e costruzione di portafogli più aderenti ai valori ed alle esigenze della clientela. 

“ IN FUTURO, O LA CRESCITA SARA’ SOSTENIBILE O NON SARA’”. KOFI ANNAN  

 

Carlo Galbiati

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