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Diritto del lavoro

Il lavoratore può criticare il datore di lavoro

Il licenziamento è illegittimo se le critiche mosse dal lavoratore all'azienda sono corrette e si riferiscono a fatti veri

Il lavoratore può criticare il datore di lavoro - Il licenziamento è illegittimo se le critiche mosse dal lavoratore all'azienda sono corrette e si riferiscono a fatti veri

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (la n. 996 del 17.01.2017) è intervenuta su un tema assai dibattuto e delicato, ossia è legittimo criticare anche aspramente il proprio datore di lavoro e se si, entro quali limiti? La Suprema Corte indica un requisito che a suo dire non deve mai venire meno e che corrisponde alla correttezza e al senso di civiltà corollario del più generale principio di continenza su cui si fonda l'obbligo di fedeltà nell'ambito del rapporto di lavoro. In sintesi quindi il diritto di critica va tutelato e concesso al dipendente purchè le critiche anche aspre mosse all'azienda si fondino su fatti veri e non travalichino il comune senso di civiltà. Il lavoratore può pertanto esprimere le proprie opinioni anche facendo ricorso ad espressioni astrattamente offensive e sgradite al destinatario di esse (cfr. Cassazione n. 465/96 e n. 5947/97) a condizione che rispetti l'obbligo di fedeltà disciplinato dall'art. 2105 cod. civ. e non violi "i doveri connessi all'inserimento nella struttura e nell'organizzazione dell'impresa". Sul piano pratico pertanto, la Corte di Cassazione ritiene che ove tali critiche mosse dal dipendente al proprio datore di lavoro rientrino nel corretto e legittimo esercizio del diritto di critica, il licenziamento eventualmente intimato per comportamento diffamatorio è illegittimo, a maggior ragione se tali critiche, seppur aspre e potenzialmente sgradevoli, si riferiscono a fatti veri o realmente accaduti, oppure a circostanze già divulgate con il mezzo della stampa e quindi già note anche in sedi istituzionali. La pronuncia della Cassazione si inserisce in un orientamento già consolidato della giurisprudenza secondo cui nell'esercizio del diritto di critica da parte del lavoratore il discrimine è rappresentato dal rispetto della verità oggettiva tale da non ledere gratuitamente il decoro del datore di lavoro o del proprio superiore gerarchico e determinare un pregiudizio per l'azienda (cfr. Cassazione 8 luglio 2009, n. 16000; Cassazione 10 dicembre 2008, n. 29008 e n. 11437/95). In sintesi pertanto la Cassazione, con la sentenza in esame, statuisce che non sussiste la giusta causa del licenziamento nel caso in cui il lavoratore si limiti ad esercitare il proprio legittimo e libero diritto di critica nei confronti del datore di lavoro e lo faccia nel rispetto della correttezza formale e del principio della continenza formale e sostanziale. 

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