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Consulenza psicologica

Quale educazione genitoriale?

L’equilibrio tra conoscenza, affetto e controllo del figlio è sicuramente la base migliore per un rapporto costruttivo

Quale educazione genitoriale? - L’equilibrio tra conoscenza, affetto e controllo del figlio è sicuramente la base migliore per un rapporto costruttivo

Se si impara ad essere genitori nel momento della nascita del proprio figlio, vale la pena di soffermarsi su “come si impara” ad esserlo durante la sua crescita. 

L’istinto, certo, soprattutto nelle fasi iniziali della vita del neonato è fondamentale. E’ in questo stadio che il genitore e il neonato imparano a conoscersi, a misurarsi e a rapportarsi, creando un’empatia e costruendo un legame indissolubile. Qui impariamo anche a riconoscere il “linguaggio segreto di nostro figlio”, tutte quelle espressioni facciali, movimenti fisici, che ci parlano dei loro bisogni, e che spesso sono universali, mentre in alcuni casi sono particolari di tuo figlio. 

  

Ma ben presto, il solo istinto non basta più. Il neonato diventa infante e poi bambino…ed è in queste età che l’educazione genitoriale si deve affiancare necessariamente all’istinto allo scopo di porre basi solide durante la crescita del figlio per trasformarlo in un adulto affettivamente equilibrato e sereno nel futuro. A questo passaggio, molti genitori vanno in crisi, perché pensano di non avere le capacità, le competenze per far fronte a queste nuove esigenze e spesso preferiscono delegare l’educazione ai nonni (sebbene siano una risorsa importante) o alle maestre-professori, ma non è la stessa cosa, non trasmettono quei valori come: la famiglia, la responsabilità, l’onesta, l’empatia, che un genitore potrebbe insegnare a 360 gradi, e non limitato a certi ambienti. 

  

Ma quale educazione genitoriale è necessaria? 

Se, come si è detto, si impara ad essere genitori nel momento della nascita del proprio figlio, per diventare “buoni genitori” ci si deve interrogare sul proprio ruolo e sulle proprie convinzioni mettendo anche in discussione i propri convincimenti. Il compito principale dei genitori è quello di AIUTARE I PROPRI FIGLI A COSTRUIRE LA PROPRIA IDENTITA’. Però per aiutarli a farlo, io genitore devo essere in armonia con me stesso!! 

  

Affidarsi esclusivamente al proprio istinto, infatti, può essere d’ostacolo per una crescita sana ed equilibrata del proprio figlio poiché, proprio la nostra indole è il frutto dell’educazione ricevuta in passato dai propri genitori (giusta o sbagliata che fosse), dalle proprie esperienze di vita (positive e negative), ma soprattutto, è quel temperamento e quell’impulso naturale piegati dalla propria indole. Ciò che è stato d’aiuto per la nostra crescita non è necessariamente adeguato anche per il proprio figlio. Bisogna mettersi in posizione di ascolto passivo con i figli, prima di intervenire, bisogna capire quale bisogno reale si nascondo sotto il loro comportamento, che spesso è ambiguo. 

  

Nostro figlio, è un essere umano totalmente differente e unico, con le proprie preferenze, gusti, idee e peculiarità. Dunque, come una persona totalmente diversa da sé va educato e l’educazione va impartita modellandola al carattere del figlio. Ciò significa raggiungere l’obiettivo prefissato muovendosi attraverso il profilo psicologico del minore. Per fare questo bisogna che il genitore accetti i limiti del figlio e ridimensioni le sue aspettative. 

  

Spesso l’adulto compie l’errore di riversare sul figlio l’educazione che, in passato, è stata ricevuta per provare poi la frustrazione di non sortire gli effetti sperati! Ma ciò è evidente poiché il genitore e il figlio sono diversi seppur legati da un cordone invisibile. Estremizzando il concetto attraverso un esempio: per insegnare ai propri 100 figli di impegnarsi a scuola potrebbero essere necessari 100 approcci differenti, uno per ciascuno di loro. 

  

Ecco, quindi, che la profonda conoscenza del minore, e non la proiezione del suo carattere nella mente del genitore, è essenziale. Occorre interrogarsi sul metodo migliore per il proprio figlio di imparare una regola e non applicare quello più adeguato per se stessi o addirittura quello che è stato applicato per sé età infantile. 

  

Arriviamo alle regole. Comprendere il figlio non significa non porre divieti. Comprendere il minore significa farglieli apprendere nel modo più naturale e adatto a lui. Le regole sono importanti. Anche se può sembrare una forzatura alla quale il minore reagisce con pianti e capricci, in realtà, le regole instillano quella sicurezza e quel senso di certezza che aiutano il minore a crescere con maggior tranquillità e fiducia in se stesso. 

  

Affetto (inteso come sentimento dimostrato al figlio) e controllo (inteso come attribuzione di regole, divieti e doveri) devono equilibrarsi. Un’educazione genitoriale in cui predomina l’affetto e un basso controllo, rischia di creare frustrazione nell’adulto di domani, incapace di affrontare delusioni e sconfitte. Un’educazione in cui, al contrario, predomina il controllo e una scarsa dimostrazione di affetto rischia di creare ugualmente frustrazione nel figlio e una sua incapacità di avere dei legami affettivi sereni. 

Dunque, come sempre, la parola d’ordine è equilibrio tra affetto, controllo e conoscenza del figlio.

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L'autore è esperto in
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Studio Di Psicologia Dr.ssa Sabrina Serafini - Capannori (LU)

Studio Di Psicologia Dr.ssa Sabrina Serafini

Psicologi e Psichiatri / Psicologi

Via Giuseppe Orzali 6

55012 - Capannori (LU)

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