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Tariffa di Igiene Ambientale, non è soggetta ad Iva

Definita la prescrizione del diritto degli utenti a vedersi restituire le somme riscosse a titolo di Iva

Tariffa di Igiene Ambientale, non è soggetta ad Iva - Definita la prescrizione del diritto degli utenti a vedersi restituire le somme riscosse a titolo di Iva

La Tariffa di Igiene Ambientale è sempre stata riscossa, sin dalla sua istituzione (decreto Ronchi del 1997), e fino all’abrogazione avvenuta nel 2012 (governo Monti) mediante prelievo da parte dello stesso concessionario privato gestore del servizio di smaltimento. In pratica, l’azienda concessionaria nel territorio, assumeva, per convenzione con i comuni, la duplice veste di gestore del servizio di gestore rifiuti (spazzamento strade, ritiro rifiuti, trattamento e smaltimento degli stessi), e di riscossore; era munito, allo scopo, di pubblici poteri, per l’accertamento dell’evasione e della riscossione della relativa “tariffa”. Nonostante l’evidente natura di servizio pubblico, la tariffa si è configurata da subito come un “corrispettivo” per una prestazione di servizi, in ciò seguendo la tendenza di considerare il gestore privato come un soggetto economico operante in libero mercato, e la prestazione come un servizio privato reso direttamente al “cliente/utente” (e non al comune, che evidentemente è il committente e il beneficiario diretto). In tal modo si è consolidata la prassi di riscuotere, insieme alla “tariffa”, anche l’i.v.a., percepita come un “corrispettivo” per una normale “vendita” a privati. Ciò rispondeva all’impostazione, del tutto corretta in linea di principio, che ogni utente dovrebbe essere responsabile (e quindi tenuto a pagare) per il rifiuto da lui stesso prodotto: se ognuno paga in base alla quantità di rifiuti prodotti, ognuno sarà incentivato a produrre meno rifiuto possibile: ciò innescherebbe comportamenti individuali virtuosi nella direzione del riuso, del riciclo, del minor utilizzo di involucri, e comunque verso una raccolta differenziata molto più attiva.  Sappiamo tutti, però, che tale schema non si è mai realizzato, e la TIA colpisce indifferentemente gli utenti, a prescindere dall’effettivo rifiuto prodotto; il presupposto d’imposta fondamentale è infatti … il numero di metri quadrati dell’immobile occupato! 

Dopo le prime importanti sentenze di Cassazione (Sez. V, 13-04-2012, n. 5831, nonchè in particolare sez. un., 15/03/2016, n. 5078), ora la sezione terza, con sentenza 7/3/17, n.5627, va anche oltre, definendo il numero di annualità per cui è possibile procedere a ritroso (vd. oltre). 

Come si è arrivati a stabilire che la Tariffa di igiene ambientale è un’imposta, e non un corrispettivo? Come si supera l’obiezione che la legge istitutiva dell’iva, conformemente alla normazione comunitaria, stabilisce espressamente che i servizi di smaltimento e trattamento rifiuti siano assoggettati ad i.v.a.?  Per rispondere dobbiamo partire dai principi logici del diritto. 

Un “corrispettivo” implica un sinallagma contrattuale, ovvero una reciprocità di prestazioni fra due soggetti determinati.  Questa reciprocità nel caso della TIA non esiste, perché il concessionario deve riscuotere, secondo lo schema normativo, “a prescindere” dal suo adempimento. Un corrispettivo implica inoltre una quantificazione a misura, che nel caso di specie si tradurrebbe in una diversificazione in base all’effettivo rifiuto prodotto, il che, come già visto, non è. Inoltre il “corrispettivo” dovrebbe essere la controprestazione liberamente assunta dal privato, a fronte della libera scelta di non avvalersi di un servizio, invece la TIA ha il carattere dell’autoritatività.   

E qui si comprende la non contraddizione con la legge istitutiva dell’iva. Se l’attività di smaltimento funzionasse secondo lo schema più semplice, sinallagma e corrispettività avverrebbero fra Comune e concessionario-appaltatore del servizio pubblico: infatti l’attività di raccolta e smaltimento del rifiuto (si pensi in particolare allo spazzamento strade) giuridicamente è resa nell’interesse del Comune; il comune a sua volta ha titolo per riscuotere imposte per provvedere alle spese pubbliche, fra cui ovviamente lo smaltimento rifiuti. L’estromissione del Comune dallo schema trilaterale appena detto, non comporta la modificazione della natura del prelievo che, se anche svolto dal concessionario, rimane comunque un prelievo di natura pubblicistica e quindi un’imposta. Più precisamente, la TIA è un’imposta sulla “detenzione qualificata di superfici immobiliari”: e poco importa se poi vi sono aggiustamenti sulla base del numero degli occupanti, della categoria dell’immobile, eccetera, perché si tratta pur sempre di forfettizzazioni che nulla hanno a che vedere con l’effettività del servizio, con la quantità del rifiuto effettivo, e con l’interesse degli utenti a produrre meno rifiuto. 

La novità di Cass.7/3/17, accennata sopra, consiste nell’avere definito la durata della prescrizione del diritto degli utenti incisi a vedersi restituire le somme riscosse a titolo di i.v.a., a titolo  di “ripetizione dell’indebito” ex art.2033 c.c.; tale prescrizione, ha sancito la suprema corte, è quella ordinaria decennale. Poiché la TIA è stata abrogata a decorrere dal 1/1/13 TARES, che si autoqualifica espressamente “tributo”, è tutt’ora possibile agire per la restituzione dell’i.v.a. per tutte le annualità successive al marzo 2007. Si è lungamente dibattuto sul giudice competente: è il giudice ordinario, o quello tributario?  La risposta è articolata: quando il prelievo è avvenuto mediante riscossione “jure privatorum”, la giurisdizione è quella ordinaria; se la riscossione è stata introdotta con atto “jure imperii”, allora  la giurisdizione è quella tributaria. 

Avv. Enrico Gorini 

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