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Consulenza psicologica

Come trattare l'angoscia

Di cosa si tratta, come e quando si manifesta? Che funzione svolge nella clinica psicoanalitica, cosa ci dice e che uso ne facciamo?

Come trattare l'angoscia - Di cosa si tratta, come e quando si manifesta? 
Che funzione svolge nella clinica psicoanalitica, cosa ci dice e che uso ne facciamo?

Usiamo molto spesso il termine “angoscia” per indicare uno stato di confusione, di mancanza di certezza, di oppressione, di malessere generalizzato, indefinibile, che agita il corpo producendo reazioni incontrollate. Uno stato di caos che ben rappresenta l’epoca attuale caratterizzata da un fragile senso di appartenenza e conseguenti crisi di identità. 

L’angoscia è anche il presagio dell’apparire di qualcosa di inatteso, di indeterminato, di non controllabile ed estraneo ai nostri canoni, e in questo si differenzia dalla paura che riguarda sempre un oggetto determinato di cui abbiamo fatto esperienza. C’è paura di …, ma non c’è angoscia di … 

La paura per un evento esterno – si pensi alle forme di fobia - o per una malattia, è un buon ansiolitico che il soggetto molte volte si somministra per contenere l’angoscia. L’indeterminatezza dell’angoscia, il cui elemento di incontrollabilità si manifesta come sofferenza insopportabile,  si riduce organizzandosi intorno ad un elemento: l’oggetto della paura

Freud ci dice che l’io è minacciato da tre parti, che  ci sono tre fonti di pericolo e, in caso estremo, quando è costretto ad ammettere la sua debolezza, prorompe l’angoscia. Il soggetto cerca di dare senso al pericoloso mondo esterno, alla perdita di controllo rispetto alle proprie passioni, all’eccesso di limitazioni o impedimenti che si impone. Non sempre ci riesce e l’angoscia testimonia tale insuccesso. Qualcosa non va. Non ci sono parole per dire l’angoscia. 

A questo proposito Lacan ci fornisce un dispositivo, costruito a partire dal gruppo di Klein, in cui mette in forma l’inibizione, il sintomo e l’angoscia così come sono presentate nell’omonimo saggio di Freud. 

Tutti gli elementi inseriti nella griglia sono le carte che ciascun giocatore/soggetto ha a disposizione per cercare di vincere la partita con l’angoscia. Una partita a cui non può sottrarsi se intende mettere alla prova il proprio desiderio in una relazione con l’Altro, abbandonando il mito di un godimento solitario. 

In sintesi, le manifestazioni che ci orientano nell'ascolto del paziente sono le seguenti: 

L’inibizione: il soggetto si immobilizza, si astiene da ogni funzione, evita di fare i conti con l’oggetto di desiderio. Ne è un esempio un la stanchezza paralizzante di alcuni ossessivi. 

L’impedimento: quando il narcisismo ha il sopravvento, quando la propria immagine si mette di traverso o, come si dice, quando per paura di “fare brutta figura”, si abbandona la meta agognata. 

L’imbarazzo: quando si perde la padronanza di sé, quando non si sa più cosa fare di se stessi e allora si cerca qualcosa dietro cui ripararsi e non ci si muove più. 

Il sintomo: il soggetto adotta una soluzione di compromesso che gli consente di sospendere la situazione di pericolo segnalata dal manifestarsi dell’angoscia, come ad esempio accade nella fobia in cui la paura, come abbiamo detto, “medica” l’angoscia, anche se non tutta l’angoscia viene riassorbita dal sintomo. 

Quando queste soluzioni non sono praticabili, per evitare l’angoscia, il soggetto ha ancora due carte da giocare. 

In preda al turbamento, alla percezione di aver perduto il potere, di non essere più lui a condurre il gioco, può ricorrere all’acting-out, un atto dimostrativo attraverso cui regola la propria questione del desiderio senza essere angosciato, come ogni buona isterica ci insegna. 

L’altra carta è quella del passaggio all’atto, quando, sconvolto dall’emozione che prende su di lui il sopravvento, in preda a tale reazione catastrofica, si rifiuta di prendere parola e passa all’atto, uscendo di scena. 

L’angoscia indica che qualcosa ha perturbato la quiete, ha sovvertito l’ordine che fino allora era andato bene. Un incontro imprevisto, positivo o negativo, non importa. Una perdita improvvisa. Un evento traumatico. Un incontro con il reale che, come il sole, non si può fissare ad occhio nudo. 

Ebbene, in tutti questi casi l’angoscia ha la funzione fondamentale di segnalare l’essenza stessa del pericolo, ciò che è al tempo stesso più intimo e più estraneo al soggetto. 

Se per il paziente l’angoscia è uno stato di malessere a cui vorrebbe porre fine al più presto, per lo psicoanalista è un operatore clinico che riguarda una verità del soggetto non formalizzata. 

Nostro compito è, come ci indica Lacan, di “modellare una vera e propria orografia dell’angoscia” e cioè di rilevare in quali punti privilegiati essa emerge. 

Compito dello psicoanalista non è dunque quello di mettere a tacere l’angoscia al più presto, in quanto non è qualcosa di cui dobbiamo liberarci, buttando via, come si suole dire, “il bambino con all’acqua sporca”. 

E’ piuttosto qualcosa, un affetto, una sofferenza fisica e morale, di cui dobbiamo constatare la presenza e a cui dobbiamo prestare tutta l’attenzione richiesta dal caso perché il paziente possa individuarne la causa e costruirsi uno scudo che lo protegga dalla pulsione di morte.

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1 Commento

Pier Luigi Semiani

23/04/2017 19:32

Molto chiaro e sintetico senza tanti fronzoli come siamo abituati a trovare in tanti lavori psicanalitici che fanno perdere il senso del discorso. Grazie

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In risposta al commento di Pier Luigi Semiani

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L'autore Ŕ esperto in
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Dott.ssa Amelia Barbui - Milano (MI)

DOTT.SSA AMELIA BARBUI

Psicologi e Psichiatri / Psicologi

VIA PLINIO 63

20129 - Milano (MI)

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