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Consulenza psicologica

Madre - figlia: una storia mai finita

Nella relazione madre - figlia l'ammirazione si coniuga con la recriminazione. Alla sua radice c'è una domanda impossibile

Madre - figlia: una storia mai finita - Nella relazione madre - figlia l'ammirazione si coniuga con la recriminazione. Alla sua radice c'è una domanda impossibile

MADRE – FIGLIA; UNA STORIA MAI FINITA 

 

Il legame con la madre 

Se per l’uomo il legame con la madre è un legame d’amore irripetibile, per la donna esso assume  piu’ la forma del legame d’amore deluso. Questi assunti rappresentano la realtà problematica di queste relazioni anche se è evidente che la varietà delle combinazioni sia molto piu’ articolata e ricca di sfaccettature e di contraddizioni 

 

Il rapporto madre-figlia 

Tuttavia il rapporto madre-figlia mostra nel suo svolgersi una sequenza temporale, nei vissuti della figlia, caratterizzata prima dall’ammirazione, poi dall’inseguimento vano del modello materno e, infine, dal rimprovero e  dalla rivendicazione. Quando però questo percorso, e gli inceppamenti in esso prodottisi viene rielaborato e inserito in un senso storico soggettivo, si giunge ad una riappacificazione con la figura materna, con il passato e con quanto di quel passato incide ancora nell’attualità 

 

I rimproveri della figlia  

Qual è la questione della quale la figlia si lamenta relativamente al rapporto con la propria madre? Se ne possono elencare alcune, non una sola. Ad esempio di non averla accettata per quello che era, di chiedersi se sua madre l’avesse amata veramente, di pensare che la sua presenza fosse per lei un ingombro,  che mancasse sempre di qualcosa per poter soddisfare le sue aspettative. La figlia può accusare la madre di essere stata troppo femminile o di non esserlo stata per niente, di averla percepita in competizione con lei, di averle tarpato il desiderio perché invidiosa della sua giovinezza. 

 

Una quantità di situazioni, alcune oggettive – per quel che può contare l’oggettività in psicanalisi -, altre piu’ immaginarie e tuttavia “vere” per il soggetto. 

 

Rimproveri e recriminazioni che possono essere riassunti e ricondotti ad uno solo: mia madre non mi ha spiegato, non mi ha introdotto, non mi ha detto che cosa sia una donna e che cosa avrei dovuto fare per diventarlo. 

 

Avere o essere  

E’ questo un rimprovero che la figlia diventata madre probabilmente a sua volta subirà. Lacan nelle sue osservazione sulla differenze tra i sessi afferma che: “i rapporti tra i sessi ruotano attorno all’avere o all’essere il fallo” andando oltre la concezione di Freud, il quale poneva la questione intorno all’averlo o non averlo. Il fallo non è l’organo ma è un significante, un rappresentante di qualcosa d’altro. L’avere il pene, cioè l’organo, o non averlo, non fa dell’essere parlante un uomo, o una donna. Il fallo come significante svolge il ruolo di rappresentante della mancanza, di ciò che comunque manca, che in quanto tale riguarda strutturalmente sia l’uomo che la donna. 

 

La distinzione posta da Lacan indica l’uomo come colui che è nella funzione di avere il fallo e la donna come colei che è nella funzione di esserlo. 

 

Con questa definizione Lacan sembra giungere ad una visione egualitaria dei sessi. In fondo entrambi, sia l’uomo che la donna, sono portatori di una mancanza. La differenza, però, permane perché la donna è il fallo ma lo è sempre in relazione all’uomo. Sempre in rapporto ad un altro e mai in rapporto a sé stessa.  

 

La posizione femminile 

Lacan rivede, dà una nuova e piu’ viva lettura alla concettualizzazione freudiana, ma nella sostanza ne conferma l’assunto: la posizione femminile passa inevitabilmente attraverso l’altro. Ed infatti la donna è in posizione di oggetto che causa il desiderio dell’uomo. Qui il concetto di oggetto è da considerarsi non in senso strumentale ma di ciò che muove, attiva il desiderio dell’altro, di ciò che completa la sua mancanza. 

 

La questione fondamentale sta nel fatto che questi ruoli sono tutti proiettati sull’altro; prendono significato nel loro rapporto con l’altro ma non dicono nulla di cosa la donna sia in sé stessa 

 

Questa estraneità a sé stessa, questo essere il fallo ma in rapporto all’altro espone la figlia diventata madre alle rivendicazioni, alle lamentele, giustificate e non, della figlia, alla quale non sa dare una risposta alla domanda più profonda: cosa fa di un essere parlante, di sesso anatomico femminile, una donna?

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L'autore è esperto in
Consulenza psicologica

Dr. Mario Tintori Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo - Bergamo (BG)

DR. MARIO TINTORI PSICOLOGO PSICOTERAPEUTA SESSUOLOGO

Psicologi e Psichiatri / Psicologi

VIA GIOVANNI FINAZZI 20

24127 - Bergamo (BG)

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