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Diritto del lavoro

I 3 nemici del nostro “BEN-ESSERE” sul lavoro

Il disimpegno, il disordine e la disperazione

I 3 nemici del nostro “BEN-ESSERE” sul lavoro - Il disimpegno, il disordine e la disperazione

Il lavoro che ci viene affidato spesso non lo scegliamo noi

Invece, come viverlo dipende quasi esclusivamente da noi e dal nostro modo di essere sul lavoro. 

Benessere = essere bene, star bene. 

Malessere = essere male, star male. 

Sul lavoro, noi possiamo essere persone che fanno del bene e che stanno bene oppure fanno del male e stanno male. 

Non esiste uno stadio intermedio, poiché l’essere indifferenti è già una forma di “mal-essere”, in quanto ci priva del significato più profondo del lavoro. 

Prima di procedere oltre, dunque, è necessario rispondere ad una domanda: quando lavoriamo, riversiamo noi stessi, per intero, in ciò che facciamo? 

Dalla risposta, infatti, si potrà già capire se e quanto amiamo lavorare. 

Non si tratta di capire se amiamo il nostro lavoro: questo è un passaggio successivo. 

Si tratta di capire se amiamo lavorare, qualsiasi lavoro facciamo. 

Cioè, abbiamo chiaro nel cuore e nella testa che senza un impegno, il trascorrere del tempo sarebbe doloroso ed insopportabile? 

Dunque, se amiamo lavorare, i nostri amici saranno: l’impegno, l’ordine e la speranza

All’opposto, se non amiamo lavorare e vogliamo però trasformare e migliorare il nostro approccio al lavoro, allora, affiliamo le armi, perché abbiamo 3 pericolosi nemici da combattere! 

Bisogna doverosamente premettere che il nostro amare o meno il lavoro dipende certamente anche da tanti fattori esterni a noi. Tuttavia, essi sono assolutamente “interni” a qualsiasi tipo di lavoro, cioè non è ragionevole pensare ad un lavoro che non contempli anche tali fattori e mi riferisco a: capi, colleghi, luoghi, orari, retribuzioni, clienti, fornitori, leggi, regolamenti e poi imprevisti, dissapori, ritardi, ecc., ecc. 

Ebbene, questi elementi che “disturbano” la quiete del nostro “ideale di lavoro”, in realtà sono propri del codice genetico di qualunque impiego e dobbiamo imparare a servirci di loro per “rinforzare i muscoli” con cui affrontiamo ogni giornata lavorativa. Dunque, si tratta di elementi che possono esserci molto utili. 

Tuttavia, essi possono diventare dei micidiali alleati dei nostri veri nemici sul lavoro, ossia: il disimpegno, il disordine e la disperazione. 

Eh sì! Ad esempio, se siamo disordinati sul lavoro, ce la prenderemo con le regole, con i clienti, i capi, i colleghi, ecc., trovando in tali ed altri elementi degli alleati imprescindibili, perché troveremo sempre il modo e l’occasione per dare la colpa agli altri dei nostri insuccessi. 

E più si va avanti così nel lavoro, più ci si lascia avviluppare inesorabilmente da numerosi e resistentissimi legacci, capaci di soffocare in noi qualsiasi reazione positiva, lasciandoci schiavi e sempre più incapaci di invertire la rotta. 

Il disimpegno è una forma di vigliaccheria, è il fuggire dai propri impegni, quelli per i quali siamo pure pagati, spesso lasciando gli altri da soli a “combattere”! 

Un lavoratore poco impegnato, inoltre, non fa del male solo agli altri ed all’organizzazione dell’azienda, ma si avvelena progressivamente, sino a rendersi inadatto a qualsiasi lavoro, distruggendo ogni buona attitudine che senz’altro alberga dentro di sé. 

Si “scava la fossa” della disoccupazione e ciò che è ancor più grave, si mette così “fuori forma” da non essere più in grado di reagire agli stimoli, all’allenamento. 

Diventa via via ciò che tragicamente si definisce “un buonannulla”, a cui, dunque, il futuro ha ben poco da riservare. 

Il disordine, invece, presuppone l’esistenza di impegni, magari anche numerosi, a fronte dei quali, però, non si possiede o si trascura un metodo di lavoro, capace di mettere in fila le incombenze. 

All’inizio della mia professione di avvocato e venendo da un’esperienza “forte” in Fiat Auto, dove l’organizzazione del lavoro era vitale, ho provato a dare ordine ai miei nuovi impegni fino a che il mio dominus mi ha spiegato che la professione è come un “magma”, impossibile da arginare. 

Col tempo ho apprezzato molto questo paragone, estremamente vero, ma ho anche trovato una tecnica per fronteggiare questo magma travolgente. 

Infatti, per restare nel paragone, le eruzioni sono caratterizzate da momenti impetuosi, imprevisti ed incontrollabili, ma anche da momenti di minore intensità. Ebbene, provare a mettere argini per deviare la colata lavica, durante la più intensa attività eruttiva, è non solo inutile, ma terribilmente pericoloso. 

Al contrario, quando l’attività del vulcano è ridotta, si possono predisporre degli argini capaci di deviare dal centro abitato, almeno in parte, il flusso del magma incandescente. 

Anzi, è cosa saggia predisporre preventivamente, prima che il vulcano esploda, dei piani di argine alla colata e, se necessario, di evacuazione degli abitanti. 

E cambiando metafora: «Quando non puoi cambiare la direzione del vento, regola le vele» (H. Jackson Brown Jr., aforisma n. 220, da “Ascolta il lavoro e vivrai meglio!” – F. Candalice, 2015). 

Dunque, nella consapevolezza che non vi sarà mai un giorno senza qualche imprevisto, è necessario darsi un metodo o più metodi di lavoro, poiché, in caso contrario, rischieremmo due situazioni di autentico stress: o quella in cui finiremmo per “girare a vuoto”, incapaci di dare una direzione alle nostre giornate, o quella in cui ci troveremmo a dover applicare il metodo di altri, magari sbagliato e superato (pensiamo all’uso di tecnologie vetuste). 

La disperazione, infine, consiste nel lavorare senza una meta o con mete svigorite e, in tali casi, il lavoro è come una condanna a morte. 

Andare al lavoro disperati, è come sapere di essere nel “braccio della morte”, dal quale è pressoché impossibile uscire con le proprie gambe! Si tratta di una condizione più vicina alla morte che alla vita, dove nessuno è in grado di aiutarti. 

Se dovessi mettere in ordine di pericolosità i 3 nemici del nostro “ben-essere” sul lavoro, non avrei esitazioni: la disperazione sarebbe al primo posto! 

Se fossimo disperati, se non avessimo la speranza di migliorare il rapporto tra noi ed il nostro lavoro, ci guarderemmo bene dall’impegnarci e non ci sogneremmo neppure di darci un metodo per avere giornate lavorative più efficaci e coinvolgenti. 

Dunque, sta a noi darci un orizzonte di serenità, sta a noi riuscire a trovare una visione ed una missione in ciò che facciamo: se non abbiamo mete forti, vivremo senza speranza e saremo sempre meno protagonisti! 

Uno dei coach più autorevoli al mondo, Anthony Robbins, spiega così, con grande efficacia, la relazione stretta tra disimpegno e disperazione: «La gente non è pigra. Semplicemente ha mete svigorite, mete che non ispirano affatto» (aforisma n. 93, da “Ascolta il lavoro e vivrai meglio!” – F. Candalice, 2015).

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Avvocato Fabio Candalice - Bari (BA)

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Avvocati / Civile

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