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Diritto del lavoro

Come saremmo senza un lavoro, senza un impegno?

Abbiamo chiaro nel cuore e nella testa che senza un impegno, il trascorrere del tempo sarebbe doloroso ed insopportabile?

Come saremmo senza un lavoro, senza un impegno? - Abbiamo chiaro nel cuore e nella testa che senza un impegno, il trascorrere del tempo sarebbe doloroso ed insopportabile?

Proviamo ad immaginarci senza far nulla, ma proprio nulla (neanche riflettere) per un anno intero! Non ce la faremmo, perché al di fuori del sacrosanto periodo di ferie (necessario per  la rigenerazione delle energie psico-fisiche) l’intero nostro essere andrà alla ricerca di qualcosa da fare: saremmo capacissimi di tinteggiare le pareti di casa nostra e magari anche quelle del vicino, pur di non stare senza far niente. 

Mi ricordo di un amico che si lamentava del fatto che la sua vicina di casa, non lavorando, passava intere giornate a spostare i mobili in casa, alla ricerca non della disposizione perfetta degli oggetti, ma di un impegno che la mettesse alla prova e che le consentisse di dimostrare agli altri la sua utilità. 

E ciò dipende dal fatto che il lavoro è connaturale all’essere umano, cioè esso appartiene alla natura stessa dell’essere umano. 

Nel Libro della Genesi, che risale a 3000/3500 anni fa e che, quindi, anche al di fuori dell’ottica religiosa, costituisce per l’Umanità una sicura fonte di saggezza millenaria, c’è scritto che l’uomo, non appena fu creato, dovette lavorare: Dio formò Adamo col fango della terra, e creò per lui e per la sua discendenza questo mondo così bello, «ut operaretur et custodiret illum» (Gn 2, 15), perché lo lavorasse e lo custodisse. 

Dunque, a differenza di ciò che si ritiene erroneamente, siamo stati chiamati a lavorare già prima che il peccato entrasse nella genetica dell’uomo e, quindi, prima ancora della famosa trasgressione di Adamo ed Eva. 

Pertanto, il lavoro è un regalo di Dio, non una punizione, «è una realtà meravigliosa che ci viene imposta come una legge inesorabile alla quale tutti, in un modo o nell’altro, siamo sottomessi, anche se qualcuno tenta di sottrarsi. Si tratta di un mezzo necessario che Dio ci affida sulla terra, dando ampiezza ai nostri giorni e facendoci partecipi del suo potere creatore, affinché possiamo guadagnare il nostro sostentamento e, nello stesso tempo, raccogliere frutti per la vita eterna (Gv 4, 36): l’uomo nasce per lavorare, come gli uccelli per volare (Gb 5, 7)» (San Josemarìa, Amici di Dio, punto n. 57). 

D’altronde, chi può dire di non conoscere, direttamente o indirettamente, la gravità del dramma della disoccupazione? E chi, altresì, può dire di non comprendere come la mancanza di un lavoro non porti con sé soltanto l’impossibilità di sostenersi senza una retribuzione, ma anche e forse soprattutto la sensazione terribile di non sentirsi utili per gli altri? 

Con la sottile e geniale ironia del grande Gilbert. K. Chesterton, ecco descritto il dramma della disoccupazione: «Ai giorni nostri, la parte peggiore del lavoro è ciò che capita alla gente quando smette di lavorare» (aforisma n. 324, da “Ascolta il lavoro e vivrai meglio!” – F. Candalice, 2015). 

Il che vuol anche essere uno sprone per saperselo tenere il lavoro e non disprezzarlo, lamentandosene con amici e parenti, come se si volesse e potesse fare a meno di esso. 

Il lavoro, poi, anche il più umile, ha in sé un’insospettabile energia vitale, capace di elevare a rango di nobiltà ogni essere umano e tale rango è superiore in funzione del “come” viene svolto quel lavoro! 

E Martin Luther King lo ha detto con magistrale suggestione: «Un uomo chiamato a fare lo spazzino dovrebbe spazzare le strade così come Michelangelo dipingeva, o Beethoven componeva, o Shakespeare scriveva poesie. Egli dovrebbe spazzare le strade così bene al punto che tutti gli ospiti del cielo e della terra si fermerebbero per dire che qui ha vissuto un grande spazzino che faceva bene il suo lavoro» (aforisma n. 5, da “Ascolta il lavoro e vivrai meglio!” – F. Candalice, 2015). 

Pensate: gli ospiti del cielo e della terra che si fermano per applaudire la qualità del nostro lavoro! Una prospettiva gigantesca, che fa arrossire la pur lecita aspettativa di essere lodati per ogni piccolo sforzo che facciamo. 

Dunque, evidentemente c’è qualcosa di più nel nostro lavoro, qualcosa che trascende la nostra stessa natura e che ci deve far sentire, sempre e comunque, anche se spesso con difficoltà, felici di avere proprio quel lavoro: «Qualunque lavoro, anche il più nascosto, anche il più insignificante, ha la forza della vita di Dio!» (San Josemarìa, aforisma n. 206, da “Ascolta il lavoro e vivrai meglio!” – F. Candalice, 2015 ).

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