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Diritto sanitario

Il danno da nascita indesiderata

Evoluzione del danno da nascita indesiderata, dalle prime pronunce all'estensione dei soggetti tutelati fino alle Sezioni Unite del dicembre 2015.

Il danno da nascita indesiderata - Evoluzione del danno da nascita indesiderata, dalle prime pronunce all'estensione dei soggetti tutelati fino alle Sezioni Unite del dicembre 2015.

Nell'ultimo ventennio nella giurisprudenza italiana si è assistito ad un vivace dibattito in ordine al tema del danno da nascita indesiderata, situazione che deriva da una diagnosi prenatale nella quale il medico non individua, colposamente, malformazioni al feto e, quindi, non offre alla madre gli elementi utili per valutare se interrompere o meno la gravidanza entro i termini di legge. Una delle prime pronunce della Suprema Corte in materia è la n. 2793 del 24 marzo 1999[1], la quale ha statuito che il risarcimento del danno necessita in ogni caso della prova della sussistenza dei requisiti della legge 194/1978.
Successivamente, è tornata sul tema con la pronuncia n. 6735 del 10 maggio 2002[2], affermando per la prima volta che anche il padre ha diritto al risarcimento dei danni patiti dalla mancata informazione.
L’evoluzione è continuata con la sentenza n. 11488 del 21 giugno 2004[3] della Corte di Cassazione: in quest'occasione, il Supremo Collegio si è pronunciato in merito al tema della legittimità dell’interruzione volontaria di gravidanza c.d. eugenetica, divieto fissato in Italia con la legge 40/2004, rigettando la domanda.
Grazie a questa sentenza è stato possibile chiarire la corretta interpretazione da dare alla legge n. 194/78 rispetto al tema dell’aborto eugenetico, mai ammesso.
Il primo riconoscimento del diritto al risarcimento del nascituro è avvenuto con la sentenza n. 10741 dell’11 maggio 2009[4], secondo la quale egli risulta dotato di soggettività giuridica ed ha diritto a nascere sano.
Con la sentenza n. 22837 del 10 novembre 2010[5], la Corte ha osservato che per la madre è sufficiente allegare che si sarebbe avvalsa del diritto di interrompere la gravidanza se fosse stata informata della malformazione del feto, sentenza confermata dalla pronuncia n. 25559 del 30 novembre 2011[6].
E’ del 2012 la sentenza n. 16754[7], la quale, per la prima volta, ha riconosciuto in capo al neonato il diritto al risarcimento del danno per essere nato malformato, segnando un’inversione di tendenza rispetto alle precedenti posizioni; la pronuncia, che ha riconosciuto anche il diritto al risarcimento in capo ai fratelli del neonato, non ha avuto finora seguito.
Con la sentenza n. 7269 del 22 marzo 2013[8], la Corte è ritornata ad affermare il diritto al risarcimento esclusivamente a favore dei genitori, orientamento poi confermato con la sentenza n. 12264 del 30 maggio 2014[9]. A causa del contrasto, sull'argomento si sono pronunciate le Sezioni Unite.
Con la pronuncia del 22 settembre 2015, pubblicata il 22 dicembre 2015, n. 25767, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione[11], partendo dal concetto secondo il quale il diritto alla vita è assolutamente centrale sin dal diritto romano, hanno affermato che non è riconosciuto il diritto alla non vita, dal momento che di esso sarebbero interpreti unilaterali i genitori.
La tesi contenuta nella sentenza n. 16754 del 2012 e nella pronuncia n. 6735 del 2002, secondo la quale ci sarebbe una apparente antinomia tra la progressiva estensione del credito risarcitorio riconosciuto in favore del padre e dei germani ed il perdurante diniego opposto al figlio, viene definita come argomento di alcun pregio giuridico, seppur suggestivo.    
Tale autorevole pronuncia, per la chiarezza e la solidità delle argomentazioni poste alla base del ragionamento, oltreché per la funzione nomofilattica delle Sezioni Unite, si candida certamente per diventare una vera e propria pietra miliare sul tema.

[1] Cassazione civile, III Sezione, Sentenza 24.3.1999, n. 2793, Presidente Bile – Relatore Manzo;
[2] Cassazione civile, III Sezione, Sentenza 10.5.2002, n. 6735, Presidente Carbone – Relatore Vittoria;
[3] Cassazione civile, III Sezione, Sentenza 21.6.2004, n. 11488, Presidente Nicastro – Relatore Amatucci;
[4] Cassazione civile, III Sezione, Sentenza 11.5.2009, n. 10741, Presidente Varrone – Estensore Spagna;
[5] Cassazione civile, III Sezione, Sentenza 10.11.2010, n. 22837, Presidente Morelli – Relatore Amatucci;
[6] Cassazione civile, III Sezione, Sentenza 30.11.2011, n. 25559, Presidente Trifone – Relatore Petti;
[7] Cassazione civile, III Sezione, Sentenza 2.10.2012, n. 16754, Presidente Amatucci – Estensore Travaglino;
[8] Cassazione civile, III Sezione, Sentenza 22.3.2013, n. 7269, Presidente Berruti – Relatore Amendola;
[9] Cassazione civile, III Sezione, Sentenza 30.5.2014, n. 12264, Presidente Segreto – Relatore Travaglino;
[10] Cassazione civile, III Sezione, Ordinanza 23.2.2015, n. 3569, Presidente Salmè – Relatore Sestini;
[11] Cassazione civile, Sezioni Unite, Sentenza 22.12.2015, n. 25767, Primo Presidente f.f. Rovelli – Relatore Spirito.

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