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Diritto penale sanitario

Hate speech e privacy violata

Le strade per difendersi

Hate speech e privacy violata - Le strade per difendersi

1. Cosa si intende per “HATE SPEECH”?  

Lo “hate speech” – espressione spesso tradotta in italiano con la formula “incitamento all’odio” – è una categoria elaborata negli anni dalla giurisprudenza americana per indicare un genere di parole e discorsi che non hanno altra funzione a parte quella di esprimere odio e intolleranza verso una persona o un gruppo, e che rischiano di provocare reazioni violente contro quel gruppo o da parte di quel gruppo. Nel linguaggio ordinario indica più ampiamente un genere di offesa fondata su una qualsiasi discriminazione (razziale, etnica, religiosa, di genere o di orientamento sessuale) ai danni di un gruppo. 

2. Cosa succede quando lo “HATE SPEECH” si realizza mediante l’utilizzo del web? 

Lo “hate speech” ha alimentato un dibattito molto attuale e controverso nel caso della libertà di espressione su internet, dove non esistono specifiche normative internazionali condivise. Le grandi aziende come Google e Facebook affidano la compilazione delle norme di utilizzo dei servizi a un gruppo di lavoro specifico, che chiamano scherzosamente i Deciders, “quelli che decidono”.
YouTube vieta esplicitamente lo “hate speech”, inteso secondo la definizione generale di linguaggio offensivo di tipo discriminatorio. Facebook allarga un po’ le maglie: lo vieta ma aggiunge che sono ammessi messaggi con “chiari fini umoristici o satirici”, che in altri casi potrebbero rappresentare una minaccia e che molti potrebbero comunque ritenere “di cattivo gusto”. Twitter è il più “aperto”: non vieta esplicitamente lo “hate speech” e neppure lo cita, eccetto che in una nota sugli annunci pubblicitari (in cui peraltro specifica che la campagne politiche contro un candidato “generalmente non sono considerate hate speech”). 

3. Cosa  fare se si è vittima di offese ripetute sul web? 

Il primo consiglio è chiedere immediatamente   la  rimozione del contenuto offensivo. Facebook, Microsoft, Twitter e You Tube hanno sottoscritto un codice di condotta per il contrasto dell’hate speech, in base al quale si impegnano ad attivare all’interno di ogni  pagina visualizzata degli appositi meccanismi di segnalazione e a verificare le richieste relative entro 24 ore. 

4. E’ possibile ottenere tutela legale? 

Si, una tutela sia in sede civile che penale. Nel caso si ritenga di essere vittima di diffamazione è necessaria una querela. La diffamazione, infatti, è un reato procedibile a querela di parte – senza la quale la magistratura non può intervenire – e si hanno 3 mesi dalla pubblicazione del contenuto potenzialmente diffamatorio per presentare querela alla polizia postale o all’autorità giudiziaria. 

5. In quali altri casi la legge tutela la vittima? 

Non solo la diffamazione, ma anche il trattamento illecito dei dati personali – che l’articolo 167 del codice della privacy (d. lgs. 196/2003) punisce con la reclusione fino a 2 anni – caso nel quale ricade anche la diffusione di immagini, foto e video, senza il consenso dell’interessato o per la quale il consenso sia cessato. 

6. Come difendere la privacy? 

Tutti hanno diritto alla tutela della propria sfera intima e oltre a denunciare la diffusione illecita, ad esempio, delle proprie immagini è possibile ricorrere al Garante della privacy e chiedere, con un esposto, la rimozione d’urgenza, la cancellazione del contenuto.   Il Garante ha attivato procedure rapide e di fronte alle segnalazioni dell’autorità, i gestori dei siti sono più “motivati” a rimuovere i contenuti. 

7. Notizie imbarazzanti, esiste il diritto all’oblio? 

Può essere considerato contenuto offensivo sul web anche una notizia vecchia, falsa e rettificata. La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha stabilito che sussiste nei confronti dei motori di ricerca, come Google, l’obbligo di rimozione. Anche in questo caso Google consente procedure d’urgenza, rispetto al trattamento dei dati personali.

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