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Internazionalizzazione delle imprese

Il “reshoring”

Il «reshoring» è quel fenomeno consistente nello spostamento nel territorio nazionale di fasi di lavorazioni effettuate finora all'estero

Il “reshoring” - Il «reshoring» è quel fenomeno consistente nello spostamento nel territorio nazionale di fasi di lavorazioni effettuate finora all'estero

Il «reshoring» è quel fenomeno consistente nello spostamento nel territorio nazionale di fasi di lavorazioni effettuate finora all’estero, principalmente in Asia ed Est Europa, da parte di aziende italiane.  
La domanda che ci possiamo fare è: perché sta avvenendo questo “ritorno a casa”, visto che c’è sempre stata la tendenza a delocalizzare in Paesi a bassa fiscalità ed a basso costo del lavoro? 
La Direzione Studi e Ricerche del Gruppo Intesa Sanpaolo ha recentemente pubblicato la nona edizione del Rapporto Annuale sulla “Economia e finanza dei distretti industriali” nel quale ha dedicato un capitolo intero a questo fenomeno.  
Tale Rapporto, riferisce il Rapporto di Intesa - San Paolo, “posiziona l’Italia al secondo posto, dopo gli Stati Uniti, per numero di rilocalizzazioni produttive con 121 casi avvenuti dai primi anni duemila ad oggi. Il fenomeno riguarda principalmente le regioni del Nord Italia (79%) e in particolare l’area del Triveneto (35%), un dato correlato ai processi di delocalizzazione produttiva avvenuti negli scorsi decenni verso l’Europa dell’est e la Cina”. 

Le principali motivazioni che hanno spinto le imprese italiane al rimpatrio produttivo sono: 

- l’aumento dei costi in Cina e negli altri Paesi di produzione a basso costo 
- l’esigenza di essere sempre vicini al mercato ed avere maggiore flessibilità produttiva  
- la necessità di aumentare il posizionamento del proprio marchio 
- la crescente sensibilità dei consumatori alle tematiche sociali e ambientali 
- il maggior sfruttamento del vero made in Italy 

Per quanto riguarda il made in Italy, le aziende italiane hanno finalmente capito che i consumatori più sofisticati sono disposti a spendere anche somme più cospicue, sapendo che il prodotto è italiano.  Pensiamo ai ricchi cinesi (non dimentichiamo che i milionari della Repubblica Popolare Cinese sono tanti quanti l’intera popolazione italiana o anche di più): perché dovrebbero comprare una polo griffata a 200,00 euro quando sanno che viene prodotta a casa loro per soli 15 euro? Se, invece, sanno che quella polo (confezione compresa) viene effettivamente prodotta totalmente in Italia sono sicuramente disposti a sostenere tale spesa.  
Ma questo ragionamento può valere anche per il consumatore italiano: secondo uno studio condotto da Pwc – PriceWatehouseCoopers, una buona percentuale di giovani giudica favorevolmente il processo di reshoring italiano ed è disposta ad accettare una maggiorazione di prezzo per l’acquisto di un prodotto “reshored”. Tale scelta risulta anche dettata da una maggiore sensibilità a tematiche di sostenibilità, ambientale e sociale. 

I casi di “back to Italy” più noti avvenuti negli scorsi anni hanno riguardato marchi rinomati della moda come Louis Vitton, Prada, Ferragamo, Ermenegildo Zegna, Brunello Cucinelli, Bottega Veneta, Geox e aziende produttrici di borse e valigie come Piquadro e Nannini. Il fenomeno si è verificato anche nei grandi gruppi del settore dell’occhialeria (Safilo, Marchon), ma ha interessato anche aziende di altri comparti come quello del mobile (Natuzzi), della meccanica (gruppo Argo Tractors, gruppo Ima) e dei ciclomotori (Wayel). Al di fuori degli ambiti distrettuali, altri marchi famosi hanno avviato il processo di rimpatrio di una parte della produzione: Furla, L’Oreal, Whirlpool, Beghelli, Lamborghini, Artsana, solo per citarne alcuni.  
Il fenomeno del reshoring ha un denominatore comune: il riconoscimento e lo sfruttamento del valore aggiunto che offre il made in Italy: made in Italy che è sinonimo di un saper fare che ci distingue agli occhi degli altri Paesi, made in Italy che vuol dire creatività, qualità, italian life style (perdonate l’inglesismo…). E non dimentichiamo che per qualità si intende non solo la scelta accurata di materie altamente selezionate, ma anche il rispetto per l’ambiente e l’utilizzo di processi produttivi sostenibili.  

La rilocalizzazione in Italia di queste aziende ha portato a un rilancio dell’attività produttiva nazionale con un conseguente sensibile aumento dell’occupazione. La scelta di orientarsi verso una fascia di clientela principalmente estera ma di alta gamma, disponibile a spendere di più per avere un buon prodotto made in Italy, sta creando un incremento dei margini di profitto e quindi un ulteriore valore aggiunto.  
Le informazioni in possesso del Centro Studi di Intesa – San Paolo ci segnalano che, per quanto riguarda il rimpatrio produttivo, questa tendenza è destinata a proseguire nei prossimi anni. E’ l’ennesima conferma della forza del made in Italy; cerchiamo quindi di sfruttarla al massimo.

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Dott. Adriano Cancellari

Commercialisti, Ragionieri ed Esperti contabili / Commercialisti

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