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Le aree a vincolo archeologico “diretto”

Le aree a vincolo archeologico "diretto". Un problema non insormontabile. Il diritto all'edificabilità. Ipotesi d'intervento.

Le aree a vincolo archeologico “diretto” - Le aree a vincolo archeologico "diretto".
Un problema non insormontabile.
Il diritto all'edificabilità.
Ipotesi d'intervento.

Le aree a vincolo archeologico “diretto”: un problema non insormontabile
L’Italia, è noto, è un paese ricco di storia antica, in alcuni casi addirittura remota, come, ad esempio, nel caso di civiltà oramai scomparse, vedi quelle degli Etruschi, dei Sanniti, dei Piceni, dei Messapi e di tante altre ancora. A testimonianza dell’antica esistenza di queste popolazioni, vi è un patrimonio inestimabile documentato da vari siti archeologici presenti in gran parte del territorio italiano che va, ovviamente, salvaguardato e protetto.  

 

Oltre a queste aree dove sono presenti e tangibili le preesistenze di cui sopra, vi sono quelle vincolate dal Ministero dei Beni Culturali anche senza alcun tipo tangibile di testimonianza archeologica, in quanto si presuppone l’esistenza, nel sottosuolo, di importanti testimonianze storiche. Bisogna dire, però, che, come è giusto salvaguardare la storia di un popolo, ciò non di meno è doveroso rispettare i diritti e le aspettative di chi vede il proprio suolo vincolato  dalla Soprintendenza ed, al contrario, edificabile secondo lo strumento urbanistico vigente nel comune dove è posto il terreno in questione. Sono contraddizioni legislative tipiche della nostra Italia, che mettono in crisi il cittadino ed, allo stesso tempo, il responsabile dirigente che deve, comunque, dare una risposta esauriente all’utente che non riesce a spiegarsi come mai possano esistere due destinazioni d’uso così contrapposte sulla stessa particella territoriale. 

 

E’ utile, a questo punto, portare esempi concreti e parlare del caso in cui, il vincolo diretto, viene applicato a zone facenti parte di un Piano di Lottizzazione Convenzionato, approvato ed esecutivo. In questa situazione la destinazione d’uso che consente l’edificabilità cozza contro il vincolo della Soprintendenza Archeologica. E qui la cosa è grave, in quanto, il lottizzante, ha avuto spese in termini di oneri comunali e di competenze di progettazione, e ciò in qualità di proprietario o, nel peggiore dei casi, di acquirente, che si trova nella mortificante situazione di non poter costruire sul lotto stipulato, con la sola possibilità di adire le vie legali contro colui che gli ha trasferito una proprietà risultata inedificabile. Orbene, nel momento in cui l’interessato chiede spiegazioni all’ufficio tecnico comunale circa la possibilità o meno di edificare su un proprio terreno, il responsabile dirigente risponde, quasi sempre, che sullo stesso suolo esiste il vincolo diretto e che, perciò, esso è inedificabile, non rammentando, il dirigente, che il diritto all’edificabilità è irrinunciabile e, pertanto, non è facoltativo a secondo di chi lo interpreta, stante, ovviamente, la riconosciuta destinazione d’uso stabilita dalla normativa urbanistica vigente. 

 

Detto questo, per poter ottenere il riconoscimento, da parte della Sovrintendenza ai Beni Archeologici, del proprio diritto all’edificabilità, occorre, da parte dell’utente interessato, intraprendere diverse  e  legittime strade che sintetizziamo in due distinti percorsi.  

1° ipotesi) l’interessato fa  istanza alla Sovrintendenza di effettuare saggi archeologici manuali, dietro pagamento, a proprio carico, di archeologi professionisti e di ditte esecutrici degli scavi, entrambi inseriti in elenchi ufficiali  di fiducia della stessa Sovrintendenza. Questo percorso comporta, occorre dirlo, il rischio di sostenere spese ingenti a fronte di uno svincolo all’edificazione, da parte della Sovrintendenza, che rimane tutto da verificare nel caso, per esempio, di ritrovamento di reperti archeologici di particolare interesse. E, a maggior ragione, il rischio è ancora più grande se, i reperti emersi, oltre che di importanza storico-culturale sono, allo stesso tempo, inamovibili, vedi pavimentazioni in mosaico, muri di cinta, imponenti costruzioni funebri.  

2° ipotesi) l’interessato percorre le vie legali con questo iter: sollecita alla Sovrintendenza lo svincolo del proprio immobile, attraverso sondaggi e scavi, e, nel caso di diniego, chiede un rimborso economico pari al valore di mercato del suolo oltre al danno per il mancato guadagno in caso di investimento attraverso vendita o edificazione.  

 

Concludendo: il bene storico-collettivo deve essere certamente salvaguardato ma a condizione che venga dimostrata, prima di tutto, la sua tangibile e reale esistenza in sito, e, conseguentemente, la sua inamovibilità dal suolo da cui è emerso.

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