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Diritto immobiliare

Convivenza more uxorio: non è mera ospitalità!

Il convivente proprietario non può ricorrere alle vie di fatto per mandare via l'altro convivente dall’abitazione dove si svolge la vita comune

Convivenza more uxorio: non è mera ospitalità! - Il convivente proprietario non può ricorrere alle vie di fatto per mandare via l'altro convivente dall’abitazione dove si svolge la vita comune

Lo ha stabilito recentemente la Seconda Sezione della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19423 del 15/9/2014, riconoscendo il valore della convivenza more uxorio, ovvero delle cosiddette “coppie di fatto” che, pur non essendo formalmente unite in matrimonio, convivono insieme come se lo fossero.
La Suprema Corte ha affermato che il convivente more uxorio, seppure non proprietario, assume un potere di fatto sulla casa di abitazione, in virtù di un interesse proprio, meritevole di tutela e differente dalla mera ospitalità da parte del convivente proprietario. 

 

Il rapporto con l’unità abitativa, derivante appunto dal negozio giuridico di tipo familiare, assume i caratteri di una detenzione qualificata, legittimante l’azione di “spoglio”, ovvero l’azione di reintegrazione nel possesso prevista dall’art. 1168 c.c.
Trattasi di un rimedio concesso al possessore della cosa, o a chi ne abbia una detenzione “qualificata”, ossia non derivante da rapporto di mera ospitalità, servizio o amicizia, esperibile da chiunque sia stato con violenza, anche non fisica, oppure occultamente spogliato del possesso ed è volta ad ottenere la reintegrazione nel possesso stesso.
Il caso posto all’attenzione della Cassazione riguardava proprio il vittorioso esperimento di un’azione di spoglio da parte di una donna vittima di un’estromissione violenta da parte dell’erede del convivente more uxorio della stessa, proprietario dell’appartamento.
La Corte, nel motivare il rigetto del ricorso promosso dell’erede del de cuius, ha preliminarmente affermato che, seppure vi sia una distinzione tra convivenza di fatto, “fondata sull'affectio quotidiana (ma liberamente e in ogni istante revocabile) di ciascuna delle parti”, e rapporto coniugale, “caratterizzato, invece da stabilità e certezza e dalla reciprocità e corrispettività di diritti e doveri che nascono soltanto dal matrimonio”, ciò non comporta che “il rapporto del soggetto con la casa destinata ad abitazione comune, ma di proprietà dell'altro convivente, si fondi su un titolo giuridicamente irrilevante quale l'ospitalità, anziché sul negozio a contenuto personale alla base della scelta di vivere insieme e di instaurare un consorzio familiare, nei casi in cui l'unione, pur libera, abbia assunto - per durata, stabilità, esclusività e contribuzione - i caratteri di comunità familiare”. 

 

In questi casi, anche se il rapporto di coppia, così stabilizzato, si sia interrotto (nel caso di specie per morte del convivente) non è consentito al convivente proprietario (nel caso di specie all'erede che subentra nell'identica posizione) “ricorrere alle vie di fatto per estromettere l'altro dall'abitazione, perché il canone della buona fede e della correttezza, dettato a protezione dei soggetti più esposti e delle situazioni di affidamento, impone al legittimo titolare che intenda recuperare, com'è suo diritto, l'esclusiva disponibilità dell'immobile, di avvisare e di concedere un termine congruo per reperire altra sistemazione”.
Ciò significa che l'azione possessoria può essere esercitata anche nei confronti del proprietario dell’immobile, se ed in quanto ad esperirla è un soggetto che esercitava sull'immobile un potere di fatto, basato su di un interesse proprio e fondato su una relazione di convivenza meritevole di tutela.
Non significa, tuttavia, che il legittimo proprietario non potrà godere e disporre esclusivamente dell’immobile, ma solo che sarà tenuto a fornire un adeguato preavviso prima di “mettere alla porta” l’ex compagno/a.

 

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Avv. Tiziana Piccinini - Civitavecchia (RM)

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Avvocati / Civile

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