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Coaching

Come fare ad inserire i propri figli nell'azienda?

Possedere un'azienda significa inventarsi come conciliare amore, risultati, lavoro, tempo in famiglia, nell'impresa e per se stessi.

Come fare ad inserire i propri figli nell'azienda? - Possedere un'azienda significa inventarsi come conciliare amore, risultati, lavoro, tempo in famiglia, nell'impresa e per se stessi.

Il passaggio generazionale è da sempre un grande interrogativo nella vita di un imprenditore. A Milano e nella Lombardia in genere, dove passa un quarto del PIL dell'Italia e dove c'è un consolidato patrimonio economico, è veramente un problema. Un primo fatto vede il genitore che si arroga il diritto (o sente il dovere morale) di coinvolgere i figli nella gestione dell'azienda di famiglia (non necessariamente piccola o artigianale) invocando la loro responsabilità di figli del titolare, oppure la propria responsabilità di padre che deve provvedere un futuro ai propri figli. Per la responsabilità di madre vale lo stesso. Una circostanza del tutto differente vede il genitore che, totalmente sfiduciato nei confronti del figlio, non prende neanche in considerazione un eventuale inserimento, anzi, lo esclude esplicitamente. Un po' diversa è la situazione di un professionista che lavora in uno studio associato. Se gli studi del figlio non si coniugano col lavoro del genitore il problema non esiste (o, a seconda dei punti di vista, è peggiore), se invece hanno attinenza, il problema si pone: come fare entrare il figlio senza arrecare danni allo studio? Come evitare possibili figuracce coi colleghi di una vita di lavoro e di sacrifici? 

 

Se guardiamo la situazione dalla parte dei figli, il problema si pone in modo esattamente speculare. Da un lato pensano che i “matusa” non vedano le nuove opportunità e le nuove tecnologie e nel proporle si sentano sminuiti e incompresi, dall'altro ci possono essere figli cui il lavoro del genitore non interessi affatto. Nessuno dei due capisce il punto di vista dell'altro, ma, soprattutto, non gli interessa. Poi c'è il padre che avendo inserito il figlio, giusto per fargli provare una nuova esperienza, cerca di dissuaderlo dal restare: «Pensaci bene, non sei obbligato a rimanere qui!». 

 

In ciascuno dei casi esposti esiste un problema di comunicazione e di giudizio, oltre che un problema di mancanza di obiettivi chiari e condivisi. 

 

Quello che ho ormai capito da tempo è che esistono motivi che spingono le persone a comportarsi in determinati modi. Se non comprendo i motivi, non capisco il perché del comportamento e sono portato a formare nella mia mente un giudizio negativo. 

 

Prendiamo l'esempio del figlio da inserire in azienda. Seguendo la logica indiana del tetralemma abbiamo quattro casi possibili: 

1) il figlio desidera entrare ed entra, 

2) il figlio desidera entrare ma non entra, 

3) il figlio non desidera entrare e non entra, 

4) il figlio non desidera entrare ma entra. 

 

Ognuna delle quattro ipotesi presenta un motivo che spinge il figlio al relativo comportamento. 

1) gli piace il lavoro e sente che questo lo renderà felice 

2) gli piace il lavoro ma sente che non sarà felice (probabilmente per il fatto che dovrà sobbarcarsi la relazione col genitore) 

3) ha un orientamento completamente diverso e non gli interessa / non vuole lavorare col genitore 

4) non gli piace il lavoro e sa che non lo renderà felice, ma deludere il padre gli sembra peggio. 

 

Notiamo che solo la prima e la terza ipotesi contengono motivi coerenti coi desideri del figlio, mentre le altre due ipotesi sono in netto contrasto. Ciò che sceglie il figlio è non coerente con ciò che conosce di sé. 

 

L'imprenditore deve quindi farsi delle domande per capire in quale caso si trovi egli con suo figlio. 

 

Il fatto che una madre abbia uno studio avviato, che guadagna bene, potrebbe indurla a condizionare la figlia e in qualche modo costringerla ad entrarvi. Un grave pregiudizio della nostra cultura è che una madre, per essere una buona madre, debba “sistemare” la figlia, così non ha la preoccupazione di dover pensare a lei in continuazione. Funziona solo nella prima ipotesi. Nelle altre tre si rivela un disastro. 

 

Purtroppo occorre che l'imprenditore accetti la differenza con suo figlio e, anzi, lo incoraggi a differenziarsi e questo è il difficile. Deve amare la differenza del figlio e fargli sentire che lo approva, che è disposto a compromettere la propria serenità in favore di quella del figlio. E questo si fa comunicando in modo positivo, senza giudicare, senza prescrivere, credendo nelle potenzialità di proprio figlio. 

 

Scusatemi, mi rendo conto che vi sto chiedendo di comportarvi da Coach.

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L'autore è esperto in
Coaching

Ing. De Filippis Marco - Milano (MI)

ING. DE FILIPPIS MARCO

Counseling e coaching / Sviluppo e benessere

VIA LUCIANO ZUCCOLI 26

20125 - Milano (MI)

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