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Diritto di famiglia

Coniuge cacciato di casa, è violenza privata

La Corte di Cassazione: si può incappare nel reato di violenza privata

Coniuge cacciato di casa, è violenza privata - La Corte di Cassazione: si può incappare nel reato di violenza privata

Purtroppo ci sono casi in cui, per i continui dissidi o per altri motivi che sgretolano la coppia, uno dei due coniugi cacci di casa l’altro coniuge. Ebbene, tale comportamento è da evitare poiché, oltre a dare il diritto al “coniuge cacciato” di rientrare in casa, si rischia di incappare nel reato più grave di violenza privata.  

 

A dirlo è la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 40383/2012, che si è trovata a dirimere il caso di una donna che era impossibilitata a rientrare in possesso della casa coniugale dal marito. La donna, a causa dei continui dissidi con il partner, si era trasferita temporaneamente dalla madre. Successivamente, però, quando la donna aveva tentato di rientrare a casa, il marito glielo aveva negato in maniera “ostile”.  

 

Gli Ermellini, sul caso, si sono espressi affermando il diritto della donna di ritornare a casa, nonostante il temporaneo allontanamento a causa di una convivenza burrascosa, poiché non vi era stato un precedente provvedimento dell’autorità giudiziaria di assegnazione della casa.  

 

Infatti, in base all’articolo 143 del codice civile, “Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri.
Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione.
Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia.
”  

 

Come visto, tra i doveri dei coniugi, esiste anche quello della coabitazione che non può essere ostacolato da nessun partner, anche se uno dei due si allontana temporaneamente da casa, a meno che non ricorrano gravi motivi e salvo che le parti non abbiano già adito l’autorità giudiziaria. Nel caso specifico, non vi erano in atto provvedimenti dell’autorità giudiziaria e, dunque, sussisteva ancora il dovere alla coabitazione e il marito, quindi, non poteva escluderla dal domicilio coniugale.  

 

In questi casi, il partner estromesso può intentare un’azione di reintegrazione del possesso in base all’articolo 1168 del codice civile che, al primo comma, afferma: “Chi è stato violentemente od occultamente spogliato del possesso può, entro l'anno dal sofferto spoglio, chiedere contro l'autore di esso la reintegrazione del possesso medesimo”.  

 

Lo stesso diritto lo ha anche il convivente, quindi non solo colui che è legato dal vincolo del matrimonio, e anche il coniuge non proprietario dell’abitazione coniugale. Sul punto, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 7214/2013, ha precisato che l'estromissione violenta o clandestina dall'unità abitativa compiuta dal convivente da diritto al partner di intentare un’azione di reintegrazione del possesso.

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