Cassazione: i messaggi WhatsApp hanno valore probatorio 


La Suprema Corte ribadisce di nuovo l’utilizzabilità dei messaggi tramite l’App e degli SMS nei processi
Cassazione: i messaggi WhatsApp hanno valore probatorio 

La Corte di Cassazione lo aveva già sostenuto più volte in passato, ma recentemente lo ha nuovamente ribadito: i messaggi WhatsApp, così come gli SMS possono essere utilizzati come prova nei processi.

Gli ermellini, dunque, nella recente sentenza n. 39529/2022 hanno confermato la validità come prove documentali dei messaggi registrati sul cellulare ai sensi dell’art. 234 del Codice di procedura penale.

Il caso che i giudici di Piazza Cavour si sono trovati a dirimere sono quelli di un uomo che ha proposto ricorso contro la sentenza della Corte di Appello di Milano che confermava la condanna inflitta dal Tribunale milanese per il reato di indebito utilizzo di strumenti di pagamento di cui all'art. 493 ter cod. pen.

L’uomo ha impugnato la sentenza di secondo grado proponendo ricorso in Cassazione deducendo quattro motivi.

Tra questi, il terzo motivo lamentava la “Violazione di legge in relazione all'art. 234 cod. proc. pen. quanto all'acquisizione e utilizzazione dei messaggi WhatsApp”.

Il citato articolo 234, al primo comma, del codice di procedura penale (“Prova documentale”) afferma: “È consentita l'acquisizione di scritti o di altri documenti che rappresentano fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la fonografia o qualsiasi altro mezzo”.

Premesso ciò, la difesa affermava che i messaggi WhatsApp, in assenza del cellulare e non essendo stati estratti dal telefono facendo la c.d. copia forense, non potevano essere utilizzati come prova. Quindi, non dovevano essere considerati dai giudici in fase decisoria.

Ma gli ermellini hanno considerato questa richiesta di censura manifestamente infondata.

Secondo la Suprema Corte, gli scambi di comunicazioni via WhatsApp, che tra l’altro nel caso specifico sono stati oggetto della testimonianza resa dalla persona offesa, sono stati correttamente considerati dalla Corte di Appello di Milano.

Ciò poiché i giudici di seconde cure hanno emesso una sentenza nel solco dei principi di legittimità enunciati più volte dalla Cassazione secondo cui "in tema di mezzi di prova, i messaggi "whatsapp" e gli sms conservati nella memoria di un telefono cellulare hanno natura di documenti ai sensi dell'art. 234 cod. proc. pen., sicché è legittima la loro acquisizione mediante mera riproduzione fotografica, non trovando applicazione né la disciplina delle intercettazioni, né quella relativa all'acquisizione di corrispondenza di cui all'art.254 cod. proc. Pen. (Sez. 6, n. 1822 del 12/11/2019 dep.2020, Tacchi, Rv. 278124 - 01)”.

Non solo, gli ermellini hanno sottolineato come, in assenza di attività di intercettazioni telefoniche,  "il testo di un messaggio sms, fotografato dalla polizia giudiziaria sul display dell'apparecchio cellulare su cui esso è pervenuto, ha natura di documento la cui corrispondenza all'originale è asseverata dalla qualifica soggettiva dell'agente che effettua la riproduzione, ed è, pertanto, utilizzabile anche in assenza del sequestro dell'apparecchio” (Sez. 1, n. 21731 del 20/02/2019). 

Dunque, ancora una volta la Cassazione si è espressa considerando i messaggi scambiati tramite la famosa App quale prova documentale nei processi. 


 

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