Cessione di impresa: quanto vale l’avviamento?


Cassazione: “il valore da prendere in considerazione per la determinazione dell’avviamento è il prezzo di mercato”
Cessione di impresa: quanto vale l’avviamento?

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 27507 del 30 dicembre 2014, ha ribadito un principio chiaro: nel caso di cessione di un’azienda, il valore da prendere in considerazione per la determinazione dell’avviamento è il prezzo di mercato. Principio già affermato in passato dalla stessa Suprema Corte con le sentenze n. 8642/2011 e n. 28571/2005 (sul principio generale).

Oggetto del contendere tra le parti, l’agenzia delle Entrate da un lato e una società S.r.l . che aveva rilevato un’attività alberghiera dall’altro, era il diverso coefficiente di redditività applicato ai fini dell’imposta di registro nel calcolo dell’avviamento in sede di cessione di attività. In particolare, la società S.r.l. che aveva rilevato l’azienda alberghiera aveva calcolato un coefficiente pari a 7,36%, mentre l’Agenzia delle Entrate ne aveva accertato uno ben più elevato, pari al 20%, risultante dalla media dei volumi d’affari del triennio antecedente la cessione.

A fronte di questa discrepanza contabile sul maggior valore di avviamento, l’Agenzia delle Entrate aveva notificato alla società S.r.l. un avviso di rettifica e liquidazione ai fini dell’imposta di registro. Avviso che era stato contestato dall’impresa acquirente dinanzi alla Commissione tributaria regionale del Lazio.

I giudici di merito avevano dato ragione alla società alberghiera annullando l’atto dell’Agenzia fiscale poiché l’AdE - si legge nella sentenza n. 27507/2014 - "avrebbe dovuto dapprima valutare l’esistenza delle condizioni per l’accertamento induttivo e quindi rettificare il reddito sul presupposto di uno scostamento riscontrato in base a elementi presuntivi; mentre in concreto non aveva fornito alcuna prova della fondatezza dell’accertamento stesso".

Contestata la sentenza dei giudici di merito per la genericità della motivazione, ricorrendo alla Corte di Cassazione, l’Agenzia delle Entrate si è vista respingere nuovamente la sua tesi. Aldilà del fatto di aver rilevato un valore maggiore dell’avviamento (basato sulla stabilità dell’impresa cedente e sull’irrilevanza della sua situazione debitoria), l’amministrazione finanziaria, secondo la Corte di Cassazione, non avrebbe provato in maniera fondata le ragioni dell’aumento del coefficiente di reddittività.

Comunque, tralasciando per un attimo le ragioni stringenti del contendere, il caso ha permesso alla Suprema Corte di ribadire il presupposto del "valore di mercato" come base per il calcolo dell’avviamento. Nella sentenza, infatti si legge che l’avviamento è costituito "dal maggior valore che il complesso aziendale, unitamente considerato, presenta rispetto alla somma dei valori di mercato dei beni che lo compongono. Questa corte, in caso di cessione di azienda, ha più volte affermato che, agli effetti dell’imposta di registro, si deve tener conto dell’avviamento nella determinazione del valore venale dell’azienda ceduta, senza che assumano rilievo circostanze contingenti, che pure possano avere influito nella determinazione concreta del corrispettivo; difatti il valore che deve essere preso in considerazione per la determinazione della base imponibile è il prezzo che il bene ha in comune commercio, vale a dire quello che il venditore ha la maggiore probabilità di realizzare, e l’acquirente di pagare, in condizioni normali di mercato, prescindendo quindi da situazioni soggettive o momentanee che possano deprimerlo o esaltarlo".

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