Decreto Rilancio: sovvenzioni alle imprese per pagare gli stipendi ai dipendenti


Esteso il blocco dei licenziamenti collettivi e individuali per giustificato motivo oggettivo e sovvenzioni alle imprese per pagare il salario ai lavoratori
Decreto Rilancio: sovvenzioni alle imprese per pagare gli stipendi ai dipendenti

Il blocco dei licenziamenti collettivi e individuali per giustificato motivo oggettivo è stato prolungato dal recente Decreto Rilancio approvato dal Consiglio dei ministri del 13 maggio scorso e in fase di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Sono stati allungati, dunque, i termini di sospensione inizialmente previsti dal precedente Decreto “Cura Italia”. Il blocco è stato fissato per ulteriori 3 mesi che si vanno ad aggiungere agli iniziali 60 giorni del D.L. “Cura Italia”, portando il periodo di sospensione dei licenziamenti ad un totale di 5 mesi.

Per sostenere, però, le aziende che non possono licenziare e che, contemporaneamente, faticano a pagare gli stipendi ai lavoratori, sono state previste delle sovvenzioni.

Ma andiamo in ordine e capiamo cosa prevedeva prima il D.L. “Cura Italia”, quali novità sono intervenute con il “Decreto Rilancio” e quale sostegno è stato previsto per le aziende.

 

 

 

Il blocco dei licenziamenti nel Decreto “Cura Italia”

Il Decreto “Cura Italia” (D.L. del 17 marzo 2020, n. 18) ha previsto, a partire dal 17 marzo scorso (data di entrata in vigore del decreto) la sospensione dei licenziamenti collettivi e individuali per giustificato motivo oggettivo per 60 giorni e delle procedure pendenti a far data dal 23 febbraio 2020.

La norma è stata introdotta per tutelare i lavoratori che rischiavano (e che rischiano) il posto di lavoro a causa della contrazione del lavoro nelle aziende, oltre che per il lockdown deciso dall’autorità per contrastare la diffusione del contagio da Covid-19.

L’art. 46 del D.L. “Cura Italia”, infatti, recita: “A decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto l'avvio delle procedure di cui agli articoli 4, 5 e 24, della legge 23 luglio 1991, n. 223 è precluso  per  60  giorni  e  nel  medesimo periodo sono sospese le procedure  pendenti avviate successivamente alla data del 23 febbraio 2020 (…).Sino alla scadenza del  suddetto  termine,  il datore di lavoro, indipendentemente dal numero  dei  dipendenti,  non può recedere dal contratto  per  giustificato  motivo  oggettivo  ai sensi dell'articolo 3, della legge 15 luglio 1966, n. 604”.

In merito ai licenziamenti collettivi, dunque, la sospensione dell’interruzione del rapporto di lavoro avviene nei seguenti casi aziendali:

•    Art. 4 Legge 223/1991: vale per le imprese che, dopo essere state ammesse alla cassa integrazione straordinaria, non sono in grado di garantire il reimpiego a tutti i lavoratori sospesi e non possono ricorrere a misure alternative; con la sospensione non possono avviare le procedure di mobilità;

•    Art. 24 Legge 223/1991: vale per le imprese che occupano più di quindici dipendenti e che, in conseguenza di una riduzione o trasformazione di attività o di lavoro, intendono licenziare almeno cinque lavoratori, nell'arco di 120 giorni, in ciascuna unità produttiva, o in più unità produttive nell'ambito del territorio di una stessa provincia.

Per ragioni di completezza informativa va detto che la legge di conversione del D.L. “Cura Italia” (Legge 4 aprile 2020, n. 27) ha introdotto una locuzione all’art. 46 che esclude dal blocco dei licenziamenti il personale che subentra in contratti di appalto (“fatte salve le ipotesi in cui il personale interessato dal recesso, già impiegato nell'appalto,  sia riassunto a seguito di subentro di nuovo appaltatore in forza di legge, di contratto collettivo nazionale di lavoro o di clausola del contratto d'appalto”).

In merito ai licenziamenti individuali, sono bloccati soltanto quelli ai sensi dell’art. 3, della L. n. 604/1966, ovvero quelli per giustificato motivo oggettivo ovvero dovuto a “ragioni inerenti all’attività produttiva, all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa”.

Sono congelati, dunque, i licenziamenti per:
•    ragioni inerenti l’attività produttiva;
•    ragioni inerenti il regolare funzionamento dell’attività produttiva.

Sul punto va specificato che, viceversa, sono possibili i licenziamenti per:
•    giusta causa e disciplinari;
•    giustificato motivo soggettivo;
•    raggiungimento del limite massimo di età per la fruizione della pensione di vecchiaia;
•    per pensionamento fruendo della “quota 100”;
•    il superamento del periodo di comporto;
•    inidoneità alle mansioni;
•    i lavoratori domestici per cui il recesso è “ad nutum”.

Il D.L. “Cura Italia” ha previsto il blocco per 60 giorni a partire dal 17 marzo 2020, dunque, fino al 16 maggio. Ma con il “Decreto Rilancio”, il congelamento è stato prorogato di ulteriori tre mesi.

 

 

Il blocco dei licenziamenti nel Decreto “Rilancio”

Il recente decreto “Rilancio” (conosciuto anche come “Decreto Maggio”) ha prorogato per ulteriore tre mesi il blocco dei licenziamenti collettivi e individuali per giustificato motivo oggettivo come previsto dal precedente Decreto “Cura Italia”.

Dunque, a partire dal 16 maggio 2020 ci sono altri tre mesi di stop ai licenziamenti fino al 16 agosto. Il congelamento delle procedure è sempre esteso a tutti i datori di lavoro indipendentemente dalla dimensione dell’impresa e, dunque, anche dal numero dei dipendenti. Ugualmente, restano sospese anche le procedure pendenti a partire dal 23 febbraio 2020.

Con tali 3 mesi aggiuntivi, la sospensione dei licenziamenti è stata prevista per un totale di 5 mesi a partire dal 17 marzo scorso.

In aggiunta al primo periodo del comma 1 dell’art. 46 del D.L. 18/2020, il Decreto “Rilancio” inserisce il periodo: “Sono altresì sospese le procedure di licenziamento per giustificato motivo oggettivo in corso di cui all’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604” (ovvero quando il prestatore di lavoro che non può avvalersi delle procedure previste dai contratti collettivi o dagli accordi sindacali, promuove, entro 20 giorni dalla comunicazione del licenziamento o dalla comunicazione dei motivi se non è contestuale a quella del licenziamento, il  tentativo di conciliazione presso l'Ufficio provinciale del lavoro e della massima occupazione).

Altra novità è l’inserimento del comma 1-bis a fronte del quale “Il datore di lavoro che, indipendentemente dal numero dei dipendenti, nel periodo dal 23 febbraio 2020 al 17 marzo 2020 abbia proceduto al recesso del contratto di lavoro per giustificato motivo oggettivo ai sensi dell’articolo 3 della legge 15 luglio 1966, n. 604, può, in deroga alle previsioni di cui all’articolo 18, comma 10, della legge 20 maggio 1970, n. 300 (Statuto dei lavoratori, ndr), revocare in ogni tempo il recesso purché contestualmente faccia richiesta del trattamento di cassa integrazione salariale, di cui agli articoli da 19 a 22, a partire dalla data in cui ha efficacia il licenziamento. In tal caso, il rapporto di lavoro si intende ripristinato senza soluzione di continuità, senza oneri né sanzioni per il datore di lavoro”.

Ma il “Decreto Rilancio”, oltre a prevedere l’allungamento del congelamento dei licenziamenti, prevede delle sovvenzioni alle imprese in modo da sostenere i datori di lavoro nel pagare gli stipendi ai dipendenti.

 

 

Sovvenzioni alle imprese per pagare gli stipendi ai dipendenti

Nel Decreto “Rilancio” è stata inserita una norma per sovvenzionare le imprese in difficoltà nel pagare gli stipendi e i salari ai propri dipendenti.

Infatti, se da una parte è stato procrastinato il blocco dei licenziamenti, dall’altra i datori di lavori potrebbero affrontare serie difficoltà nel rispettare le scadenze retributive.

Per sostenere, dunque, le aziende nell’erogazione degli stipendi è stata inserita la possibilità, per il datore di lavoro, di usufruire di sovvenzioni per il pagamento dei salari (comprese le quote contributive e assistenziali) dei dipendenti per evitare i licenziamenti durante la pandemia di COVID-19.

La misura, inserita nell’art. 63 del Decreto “Rilancio”, prevede la possibilità di concedere aiuti di Stato erogati tramite le regioni, le provincie autonome (anche promuovendo eventuali azioni di coordinamento in sede di Conferenza delle Regioni e delle Province autonome), gli altri enti territoriali e le Camere di commercio.

Lo scopo è quello di tutelare l’occupazione dei dipendenti (ma anche dei lavoratori autonomi) che a causa dell’emergenza sanitaria da Coronavirus sarebbero invece stati licenziati e allontanati.

Le sovvenzioni, però, non sono destinate alla totalità delle imprese, ma solo a quelle facenti parte di determinati settori o regioni o di determinate dimensioni, che sono state particolarmente colpite dalla pandemia di COVID-19. Si tratta di aiuti erogati rispettando le condizioni della sezione 3.10 della Comunicazione della Commissione europea C (2020) 1863 final – “Quadro temporaneo per le misure di aiuto di Stato a sostegno dell’economia nell’attuale emergenza del COVID-19”.

Hanno diritto alle sovvenzioni le imprese che possono ottenere, dunque, un vantaggio selettivo che può verificarsi solo se gli aiuti sono limitati a determinati settori, regioni o tipi di imprese: soltanto in tal caso il sostegno finanziario rientra nella definizione di “aiuti” dell’articolo 107, paragrafo 1, del TFUE.

La condizione per poter ricevere la sovvenzione è che il personale che sarebbe stato licenziato, e che beneficia dell’aiuto, continui a svolgere in modo continuativo l’attività lavorativa durante tutto il periodo per il quale è concesso l’aiuto.

I requisiti della sovvenzione sono:
- la durata massima di 12 mesi a partire dalla domanda di aiuto;
- l’ammontare dell’aiuto non deve superare l’80% della retribuzione mensile lorda (compresi i contributi previdenziali a carico del datore di lavoro) del dipendente beneficiario;
- “La sovvenzione per il pagamento dei salari può essere combinata con altre misure di sostegno all’occupazione generalmente disponibili o selettive, purché il sostegno combinato non comporti una sovracompensazione dei costi salariali relativi al personale interessato”;
- “Le sovvenzioni per il pagamento dei salari possono essere inoltre combinate con i differimenti delle imposte e i differimenti dei pagamenti dei contributi previdenziali”;
- Le sovvenzioni non possono in alcun caso consistere in trattamenti di integrazione salariale ordinarie, straordinarie o dal fondo di solidarietà previste dal decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 148 e degli artt. da 19 a 22 del D.L. “Cura Italia”.

 

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