Diffamazione sui social network


Con l’avvento di internet e dei social network si allargano le tipologie di comunicazione attraverso le quali si rischia di compiere un reato
Diffamazione sui social network

Il reato di ingiuria e il reato di diffamazione sono puniti dal codice penale, rispettivamente negli articoli 594 c.p. e 595 c.p., per tutelare l’onore e la reputazione di una persona facente parte di una comunità. Il presupposto di base per entrambi i reati è che l’offesa o la dichiarazione offensiva venga divulgata a più persone tramite forma orale o scritta. La differenza principale, invece, sta nella presenza o meno dell’offeso: se la parte lesa è presente si parlerà di ingiuria, se è assente si configurerà il reato di diffamazione.

Va sottolineato come entrambi i reati siano previsti in un Codice, quello Penale, che risale al 1942, quando ancora di internet, di e-mail e soprattutto di social network come facebook o twitter non c’era alcuna traccia. E’ evidente, quindi, la necessità che la giurisprudenza si adegui alla realtà attuale, caratterizzata da un alto sviluppo tecnologico e una forte globalizzazione dei rapporti sociali.

E infatti, più volte Tribunali e Corte di Cassazione hanno ribadito il principio secondo il quale offendere qualcuno tramite scritti o immagini postate sui social network sia da ricondursi al reato di diffamazione. Si potrebbe disquisire se i messaggi pubblicati siano da considerarsi ingiuria o diffamazione, se cioè si considera "virtualmente presente" la persona offesa nel caso faccia parte della rete di amicizie di chi offende, oppure se si considera "assente" in quanto fisicamente distante nel momento in cui viene pubblicata la frase o l’immagine incriminata o perché non elencata tra gli amici del diffamatore. La differenza non è di poco conto, anche perché diverse sono le pene previste per l’ingiuria o per la diffamazione: nel primo caso si rischiano fino a sei mesi di reclusione e una multa fino a 516 euro; in caso di diffamazione, si rischiano pene più severe: fino a un anno di carcere e una multa fino a 1.032 euro. In entrambi i casi, inoltre, le pene sono raddoppiate se l’ingiuria o la diffamazione si riferiscono a un fatto determinato.

L’ultima sentenza, in ordine cronologico, della Cassazione Penale, Sezione I, n.13604 del 24 marzo scorso, ricomprende nel reato di diffamazione il caso di una persona che aveva postato su facebook delle frasi considerate offensive nei confronti di due suoi colleghi ampliando così le tipologie orali e scritte attraverso cui diffondere la dichiarazione lesiva. Inoltre, la stessa sentenza ha fatto rilevare un ulteriore aspetto: la responsabilità del titolare del profilo del social network di fronte a improbabili, ma possibili intrusioni esterne. L’accusato, per provare la sua innocenza, dovrebbe dimostrare che le frasi incriminate siano state inserite da un soggetto terzo. Si tratta di una linea difensiva molto difficile da credere e da provare; ma anche nel caso in cui effettivamente sia stato vittima di un’intrusione, dovrebbe dimostrare di aver avuto tutte le accortezze necessarie per evitare l’intrusione (ad esempio, non aver lasciato incustodito il pc o aver lasciato l’accesso libero al profilo personale...)

Vi è, infine, un altro aspetto da non trascurare: è sempre considerato reato di diffamazione la divulgazione di frasi offensive chiaramente riconducibili a qualcuno, anche se non se ne fa il nome. Secondo la Corte, infatti, è sufficiente che ci siano elementi che possano far ricondurre al soggetto offeso affinché si possa parlare di diffamazione e rischiare, quindi, le pene connesse.

Articolo del:

I professionisti più vicini a te in Diritto penale criminale