È illegittimo il licenziamento per fusione di azienda


La Corte di Cassazione si pronuncia sul licenziamento illegittimo per futura fusione di azienda. Come per il trasferimento di azienda, il dipendente licenziato deve essere reintegrato
È illegittimo il licenziamento per fusione di azienda


Illegittimo il licenziamento dovuto a futura fusione societaria

E’ illegittimo il licenziamento di un lavoratore per la soppressioni del suo ruolo in azienda, se tale soppressione è dovuta a una futura e programmata fusione societaria.
Lo ha affermato la Corte di Cassazione con la sentenza n. 3186 del 4 febbraio 2019. Gli ermellini, infatti, hanno affermato che “in caso di cessione di azienda, l’alienante conserva il potere di recesso attribuitogli dalla normativa generale, sicché il trasferimento, sebbene non possa esserne l’unica ragione giustificativa, non può impedire il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, sempre che abbia fondamento nella struttura aziendale autonomamente considerata e non nella connessione con il trasferimento o nella finalità di agevolarlo”.
Per capire la portata della decisione è bene riassumere il caso che la Suprema Corte si è trovata a dirimere e la normativa alla base delle motivazioni dei giudici.

 

Il caso della sentenza n. 3186/2019

Una donna, addetta all’elaborazione delle buste paga presso una società, si è vista recapitare una comunicazione in cui il datore di lavoro la informava del suo licenziamento per la soppressione della sua mansione. Tale cessazione del ruolo, come scritto nella comunicazione, era dovuta a una imminente e già programmata fusione per incorporazione con l’altra società “consorella”.
La dipendente ha fatto ricorso in Tribunale e, avverso la sentenza di primo grado che aveva confermato la validità del licenziamento, ha proposto appello. La Corte di Appello di Roma ha ribaltato la decisione dei giudici di primo grado e ha disposto la reintegrazione della lavoratrice sul posto di lavoro. Inoltre, applicando la tutela piena per la lavoratrice, i giudici di secondo grado hanno intimato al datore di lavoro di risarcire la donna con l’indennità prevista dal comma 1 dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori (Legge 300/1970), ovvero l’indennità “commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto maturata dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione (…)” che “in ogni caso (…) non potrà essere inferiore a cinque mensilità (…)”.
Il datore di lavoro, però, ha fatto ricorso in Cassazione che, se da una parte ha confermato la reintegrazione della dipendente sul posto di lavoro, dall’altra ha ridotto l’entità del risarcimento poiché doveva essere applicato il quarto comma dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori al posto del primo comma.

 

La normativa alla base della decisione dei giudici

La decisione degli ermellini ha preso le mosse dall’art. 2112 del codice civile (“Mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento d'azienda”) che, al quarto comma, recita: “Ferma restando la facoltà di esercitare il recesso ai sensi della normativa in materia di licenziamenti il trasferimento d'azienda non costituisce di per sé motivo di licenziamento (…)”.
I giudici hanno paragonato il trasferimento d’azienda all’operazione di fusione per incorporazione e, in base alla norma citata, la fusione non può essere di per sé solo causa di recesso del lavoratore.
I giudici, hanno tenuto a ribadire che il licenziamento per l’effettiva soppressione del posto di lavoro deve sussistere al momento del licenziamento e non per una fusione futura. In altre parole, il datore di lavoro conserva il diritto di recesso del contratto lavorativo nel caso di una riorganizzazione aziendale, ma tale recesso non può essere giustificato da una situazione futura (come la prossima fusione in questo caso) o, addirittura, per agevolare la situazione futura.

Per quanto riguarda, invece, l’entità del risarcimento, la Corte di Appello aveva giudicato nullo il licenziamento poiché giudicato discriminatorio o perché riconducibile ad altri casi di nullità come previsto dal comma 1 dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori. La Corte di Cassazione, invece, ha ritenuto applicabile il comma 4 dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori ritenendo il licenziamento annullabile (e non nullo) per difetto di giustificato motivo. In questo caso, l’indennità, non può essere superiore alle 12 mensilità.

 

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