I selfie degli avvocati contro la Cassa forense: `io non mi cancello`


Sbarca sui social network la protesta degli avvocati a partita IVA a medio e basso reddito contro la regola dei “minimi obbligatori”
I selfie degli avvocati contro la Cassa forense: `io non mi cancello`

Non basta un semplice mi piace. Stavolta, gli avvocati uniti nella protesta contro la Cassa forense vogliono che chi non è d’accordo ci metta la faccia. E così è scattata una vera e propria ondata di selfie sui social network. Ed ecco allora che su Facebook fioccano ininterrottamente selfie di giovani avvocati con un cartello in mano con su scritto "io non mi cancello", slogan che riprende l’hashtag lanciato su twitter.

Ironia della sorte, è sempre il mondo 2.0 a ribellarsi contro gli enti e le istituzioni forensi. E’ del mese scorso, infatti, un’importante delibera dell’Autorità Garante della concorrenza e del mercato che ha "bacchettato" con una pesante multa superiore a 912mila euro il Cnf, il Consiglio nazionale forense, per aver "posto in essere un’intesa, unica e continuata, restrittiva della concorrenza...stigmatizzando quale illecito disciplinare la richiesta di compensi inferiori ai minimi tariffari e limitando l’utilizzo di un canale promozionale e informativo (quali le piattaforme commerciali informatiche, ndr) attraverso il quale si veicola anche la convenienza economica della prestazione professionale".
In pratica, il Cnf, attraverso la circolare 22-C/2006 e il parere 48/2012 aveva imposto l’obbligatorietà delle tariffe minime agli avvocati e negato loro di procacciarsi i clienti facendosi pubblicità od offrendo sconti sulle parcelle attraverso Internet perché tale pratica era considerata poco decorosa e in contrasto con la deontologia professionale.

Ora, nel mirino dei giovani avvocati a partita Iva a medio e basso reddito è finita un’altra questione sempre legata alle tariffe, e cioè la regola dei "minimi obbligatori" imposta dalla Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense. In questo caso, gli avvocati sono obbligati a pagare alla Cassa Forense una quota minima pari a circa 3.800 euro all’anno, indipendentemente dal reddito prodotto, pena la cancellazione dalla Cassa stessa e dall’Albo professionale. Ciò comporta che molti di coloro che "ci hanno messo la faccia" girino la maggior parte se non tutti i loro guadagni alla Cassa forense.

E’ un meccanismo che - dicono - privilegia i colleghi con entrate più sostanziose e che vogliono cambiare, pur sapendo di rischiare parecchio. Per questo l’MGA (Mobilitazione Generale degli Avvocati), la sigla scelta dai legali a partita IVA a basso reddito, ha deciso di creare un fronte unico contro la Cassa forense, annunciando di non poter pagare la quota previdenziale e contestando la conseguente cancellazione dall’Albo. Una battaglia che non è solo di protesta, ma anche e soprattutto costruttiva: l’MGA propone che la quota spettante alla Cassa Forense si basi sul modello contributivo in modo da eliminare l’iniquità di trattamento previdenziale tra colleghi con redditi molto differenti. E, inoltre, chiede che chi è già in pensione smetta di svolgere la professione e si cancelli dall’Albo.

L’immaginario collettivo dell’avvocato in carriera in giacca e cravatta pare dunque non essere più calzante al giorno d’oggi; almeno, per quel che riguarda i tanti nuovi e giovani avvocati. La crisi economica, se già colpisce le tasche degli studi legali più rinomati e già ben avviati, si abbatte a maggior ragione in maniera implacabile su coloro i quali si stanno affacciando relativamente da poco nel mondo forense. Di qui il malcontento dell’MGA perché, come se la congiuntura economica sfavorevole non bastasse, a mettere i bastoni tra le ruote ci pensa anche la Cassa forense con i suoi "minimi obbligatori" e lo ha fatto per anni anche il CNF finché non è arrivata la delibera dell’Antitrust contro la posizione del Consiglio nazionale forense.

La situazione che si prospetta a un giovane avvocato fresco di esame di Stato pare essere questa: pochi clienti, una quota minima obbligatoria di circa 4 mila euro annui da pagare indipendente dal reddito accumulato e...ciliegina sulla torta, l’impossibilità di conquistarsi una fetta di mercato proponendo tariffe scontate o facendosi pubblicità attraverso piattaforme commerciali in internet perché "poco decoroso".

A fronte di tutto ciò, ci si chiede cosa sia decoroso e cosa no. Ci si chiede, ad esempio, se sia decoroso il fatto che un giovane avvocato con un reddito basso debba sopportare un peso contributivo previdenziale al limite o al di sopra delle sue possibilità finanziarie. Ci si chiede se sia, al contrario, così indecoroso, il fatto che lo stesso giovane avvocato gravato dalla regola del "minimo obbligatorio" possa accrescere il suo portafoglio clienti, e quindi anche il suo portafoglio personale, utilizzando la rete come canale di pubblicità. Qualcuno direbbe "ai posteri l’ardua sentenza"...Nel frattempo, la Mobilitazione Generale degli Avvocati lancia un monito contro una "pessima politica, sia forense che previdenziale" il cui "prezzo di questi fallimenti non può e non deve esser fatto pagare soltanto a noi. Non è giusto".

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