Il dolore dell’anima e il dolore del corpo


La maggior parte dei pazienti che affronta il lungo ed indefinito percorso della “malattia dolore” sviluppa inevitabilmente una sindrome depressiva
Il dolore dell’anima e il dolore del corpo

Il dolore è un’esperienza soggettiva, sgradevole, secondaria ad un danno tissutale o alla minaccia del danno stesso. Si prova dolore quando ci si fa male, ma anche quando il danno si sta per realizzare: la mano viene tolta di getto dalla superficie calda dove inavvertitamente si era posata e in questo modo si previene o si limita il danno.

Il dolore fisiologico rappresenta un campanello di allarme essenziale per la sopravvivenza e quando non funziona i danni sono severi. Nella neuropatia diabetica il paziente non avverte il dolore fisiologico, soprattutto agli arti, e per questo sviluppa frequentemente delle lesioni ai piedi, che poi diventano croniche anche per lo scarso flusso di sangue.

Ma oltre ad un dolore fisiologico, esiste anche un dolore patologico, in cui “l’allarme” continua a suonare senza motivo. È il dolore disnocicettivo, il dolore neuropatico, è il dolore senza una diagnosi vera, il dolore che non esiste perché non viene compreso da chi non lo prova e proprio per questo fa più male.

La fibromialgia è una patologia caratterizzata da dolori muscolari diffusi a tutto il corpo, senza che possa essere evidenziata una causa ben precisa. Per la fibromialgia ad oggi non esiste cura, se non qualche rimedio palliativo (yoga, rilassamento, cannabinoidi e qualche psicofarmaco). La cefalea a grappolo è un dolore lancinante, senza causa, descritto come una serie di coltellate all’occhio. Anche per questa patologia non esiste una terapia definitiva.

Poi esistono dolori in cui la causa c’è, è ben descritta ed individuata, ma non può essere trattata. Se entri in casa e scopri che ti hanno rubato, la prima cosa che fai è spegnere l’allarme che suona. Ma se l’allarme nonostante tutto continua a suonare, rapidamente è l’allarme, e non il furto, ad essere il problema. Il dolore tumorale, il dolore artrosico cronico, il dolore lombare che esista dopo una serie infinita d’interventi, il dolore secondario ad una lesione permanente delle strutture nervose, come l’avulsione dei plessi nervosi, la nevralgia posterpetica o le toracoalgie postoperatorie.

Questi sono solo alcuni esempi per comprendere il concetto di malattia dolore: quando il dolore cessa di essere fisiologico e da sintomo diviene esso stesso malattia.

Tutti i pazienti che affrontano il lungo ed indefinito percorso della “malattia dolore” sviluppano presto o tardi una forma di depressione ed è persino superfluo analizzarne i motivi: la perdita del lavoro, del partner e l’esclusione sociale si vanno a sovrapporre alla condanna di dover ogni giorno provare dolore.

Se il dolore causa la depressione, la depressione esaspera il dolore e causa il fallimento delle strategie terapeutiche messe in campo. È dimostrato da una valanga di lavori scientifici che uno stato depressivo determini un incremento del dolore percepito. Il paziente non trae giovamento dalle terapie, e quindi alla fine cessa di curarsi. Si instaura un circolo vizioso che non lascia possibilità.

In Italia la figura professionale di uno specialista psicoterapeuta che operi nel sistema sanitario nazionale e che sia in grado di affiancare il paziente nel suo percorso terapeutico è ancora un obiettivo distante anni luce. Ciò vale per la malattia dolore, così come per altre malattie croniche e dall’esito spesso infausto. Siamo così culturalmente distanti, che spesso è il paziente stesso a rifiutare il supporto psicoterapeutico, perché teme di essere considerato pazzo.

Tuttavia, negli ultimi anni si stanno formando dei professionisti specializzati nel supporto del paziente affetto da patologie croniche, quali tutte le forme di dolore cronico. Il loro ruolo non è quello di trattare il dolore (la competenza spetta ai medici algologi), bensì quello di garantire un supporto psicologico e di accompagnare il paziente nel suo lungo percorso.

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