Il licenziamento è illegittimo se è contro il CCNL


Il licenziamento disciplinare che contrasta con le sanzioni stabilite dai CCNL è ritenuto illegittimo
Il licenziamento è illegittimo se è contro il CCNL

E’ recente il caso di un impiegato che è stato licenziato dall’azienda per la quale lavorava per poi essere reintegrato a fronte di una sentenza della Corte di Cassazione che gli ha dato ragione. L’uomo era stato accusato di aver usato impropriamente il computer, internet e la posta elettronica a scopi personali, scaricando programmi coperti da copyright e altri software non consentiti dalla società, oltre ad aver mandato e-mail il cui contenuto non aveva nulla a che fare con le sue mansioni lavorative. Conseguenza: il datore di lavoro lo aveva licenziato in tronco sulla base delle regole disciplinari dell’azienda.

La Cassazione, però, ha ritenuto il licenziamento illegittimo, non perché il fatto contestato dall’impresa non sussistesse, ma perché la "punizione disciplinare" adottata e contemplata dal regolamento aziendale (cioè il licenziamento) era più grave di quella prevista dal Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro per lo stesso tipo di condotta. In altre parole, il dipendente accusato è effettivamente colpevole di aver utilizzato in modo improprio gli strumenti di lavoro, ma siccome il CCNL di riferimento non prevede il licenziamento per tale motivo, ma solo altre forme di richiamo, allora l’impiegato non può essere licenziato, nonostante gli impegni presi firmando il contratto con l’azienda.

La sentenza in questione della Corte di Cassazione dello scorso 18 marzo numero 6222, ha così dato applicazione alla nuova versione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (Legge 300/1970), dopo le modifiche apportate dalla Riforma Fornero (Legge 92/2012).

Prima della Riforma Fornero, le imprese con un numero superiore ai 15 dipendenti collocati nella stessa sede (o superiori ai 60 dislocati in tutta Italia) erano obbligati a reintegrare il lavoratore licenziato senza giusta causa o senza giustificato motivo oltre che a dover corrispondere tutte le retribuzioni maturate durante il periodo del licenziamento (c.d. tutela legale). Il dipendente, se voleva, poteva richiedere un’indennità pari a 15 mensilità al posto del reintegro. Le imprese con un numero inferiore ai 15 dipendenti potevano riassumere il dipendente licenziato illegittimamente oppure potevano corrispondergli un’indennità da 2,5 a 14 mensilità, in base all'anzianità di servizio (c.d. tutela obbligatoria).

Dopo la Riforma Fornero, le imprese con un numero superiore ai 15 dipendenti (5 se si tratta di imprenditore agricolo) collocati nella stessa sede (o superiori ai 60 dislocati in tutta Italia) devono soltanto pagare al lavoratore ingiustamente licenziato una indennità che va da un minimo di 12 mensilità a un massimo di 24 mensilità dell'ultima retribuzione. Sono obbligati a reintegrare il lavoratore solo se il giudice del lavoro dichiara che il fatto contestato non sussiste, oppure se il fatto sussiste, ma nei contratti collettivi di lavoro di riferimento il "reato" viene punito con sanzioni che non prevedono il licenziamento (è il caso esposto all’inizio dell’articolo).

Il lavoratore licenziato, che ritiene di essere stato allontanato ingiustamente dal posto di lavoro, ha degli strumenti per difendersi (vedi l’articolo pubblicato sul nostro sito "Licenziamento illegittimo: come difendersi"). Primo fra tutti, il ricorso a un consulente del lavoro che, data la competenza in materia, può valutare caso per caso la linea difensiva migliore da adottare.

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