Lavoro autonomo “fittizio” o subordinato?


La Riforma Fornero ha introdotto delle novità mirate a individuare il lavoro subordinato nascosto dalla “partita Iva”
Lavoro autonomo “fittizio” o subordinato?

La Legge 92/2012, la famosa Legge Fornero, tra le tante novità introdotte in tema di licenziamento illegittimo e modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ha anche tentato di porre un freno a un altro fenomeno largamente diffuso: quello del lavoro subordinato celato, nella pratica, da un lavoro autonomo con partita Iva.

Oltre alla tutela del lavoratore, la Legge Fornero ha tentato di limitare il proliferare delle controversie giudiziarie sorte tra datori di lavoro e partite Iva "simulate". Sono, infatti, numerose la cause intentate da tutti quei lavoratori apparentemente "autonomi", ma che di fatto ricoprono mansioni ordinarie simili a quelle svolte da un comune dipendente a tempo indeterminato. La speranza di questi ultimi è, ovviamente, ottenere una sentenza che accerti la natura subordinata del rapporto e, di conseguenza, ottenere il diritto a un contratto a tempo indeterminato e il pagamento delle differenze retributive.

Distinguere con certezza il lavoro subordinato da quello autonomo non è sempre facile. A volte, neppure per i Giudici chiamati a sentenziare, a causa dalla similarità delle mansioni svolte. Comunque, la Legge Fornero ha indicato alcuni paletti che potrebbero facilitare il distinguo. Con l’art. 26 della legge 92/2012 è stato introdotto un nuovo articolo alla Legge Biagi (il decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276).

Il nuovo articolo in questione è il 69-bis (Altre prestazioni lavorative rese in regime di lavoro autonomo) che afferma come il lavoro autonomo sia in realtà da considerarsi come un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa in presenza di almeno due delle seguenti tre condizioni:
1) la collaborazione con il medesimo datore di lavoro abbia una durata complessiva superiore a otto mesi annui per due anni consecutivi
2) il corrispettivo derivante da tale collaborazione supera l'80 per cento dei corrispettivi annui complessivamente percepiti dal collaboratore nell'arco di due anni solari consecutivi;
3) il collaboratore disponga di strumenti e di una postazione fissa di lavoro forniti dal datore di lavoro

Bisogna precisare che, per quanto riguarda le prime due condizioni, la Legge Fornero è stata modificata dall’art. 46-bis, del D.L. 83/2012. La prima condizione, infatti, faceva riferimento a "una durata complessivamente superiore a otto mesi nell’arco dell’anno solare", mentre adesso gli 8 mesi devono intendersi come riferiti all’anno civile; la stessa distinzione tra anno solare e civile riguardava anche la seconda condizione che nell’originale stesura della Legge Fornero affermava che la retribuzione doveva costituire "più dell’80 per cento dei corrispettivi complessivamente percepiti dal collaboratore nell’arco dello stesso anno solare

Comunque, ci sono alcuni casi in cui, anche se si verificano le condizioni precedentemente esposte, l’art. 69-bis non si applica e quindi, il lavoro autonomo non si può trasformare in collaborazione coordinata e continuativa. Ciò avviene, ad esempio, se:
1) il lavoratore, nello svolgere la sua prestazione, fornisce particolari competenze teoriche di grado elevato acquisite attraverso significativi percorsi formativi, ovvero da capacità tecnico-pratiche acquisite attraverso rilevanti esperienze maturate nell'esercizio concreto di attività
2) il lavoratore è iscritto a un ordine professionale, ad appositi registri, albi, ruoli o elenchi professionali qualificati

Alla luce della Legge Fornero, ci sono dei presupposti che identificano la distinzione tra un lavoro subordinato da uno autonomo. E’ altrettanto evidente, però, che non è chiaro quali siano, ad esempio, le "particolari competenze teoriche" che escludono l’applicazione dell’art. 69-bis. Per questo motivo, sarebbe opportuno, prima di intraprendere qualsiasi decisione di carattere legale, ottenere una consulenza in merito per valutare il singolo caso.

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