Lavoro e professione: alcune sentenze del 2014


Le più importanti sentenze e delibere dell’anno riguardano la libera concorrenza tra avvocati, i precari della scuola e il controllo dei dipendenti
Lavoro e professione: alcune sentenze del 2014

L’anno che si è appena concluso ha visto l’emissione di alcune importanti sentenze e delibere nell’ambito del lavoro e delle professioni. Una di queste è arrivata dall’Autorità Garante della concorrenza e del mercato. L’Antistrust, a novembre, ha comminato un’esemplare e pesante multa di 912 mila euro al Cnf, il Consiglio nazionale forense, per aver limitato il diritto di concorrenza agli avvocati. Secondo il Garante, il Cnf avrebbe circostanziato la libertà d’azione degli avvocati attraverso la circolare 22-C/2006, che reintroduceva di fatto l’obbligatorietà delle tariffe minime, e il parere 48/2012, che vietava ai professionisti di procacciarsi i clienti attraverso le piattaforme commerciali informatiche facendosi pubblicità od offrendo sconti sulle parcelle. "Un’intesa, unica e continuata (del Cnf, ndr), restrittiva della concorrenza - secondo l’Antitrust - consistente nell’adozione di due decisioni volte a limitare l’autonomia dei professionisti rispetto alla determinazione del proprio comportamento economico sul mercato, stigmatizzando quale illecito disciplinare la richiesta di compensi inferiori ai minimi tariffari e limitando l’utilizzo di un canale promozionale e informativo attraverso il quale si veicola anche la convenienza economica della prestazione professionale". Di qui, la decisione dell’Autorità Garante della concorrenza e del mercato di multare il Cnf e di intimargli di astenersi in futuro dal porre in essere comportamenti analoghi.

Un’altra importante sentenza del 2014 è quella emessa dalla Corte di Giustizia europea che ha dichiarato illegittimi i contratti a tempo determinato degli insegnanti se questi hanno occupato nella scuola posti vacanti per oltre trentasei mesi, anche non consecutivi. Una sentenza storica per i tanti precari appartenenti al mondo della scuola, circa 300 mila, che arriva dopo una richiesta di chiarimenti in merito avanzata dal Tribunale di Napoli. Per la Corte Ue, l’ordinamento italiano viola la Direttiva 1999/70/CE e non è "conforme all'accordo quadro dell'Ue sul lavoro a tempo determinato". Dunque, i contratti reiterati a tempo determinato dopo i tre anni e l’Italia deve porre un rimedio anche perché la sentenza è vincolante.

Avrà fatto, invece, storcere il muso la sentenza n. 4984 del 4 marzo 2014 della Corte di Cassazione che sancisce la possibilità, per il datore di lavoro, di pedinare il dipendente nel caso in cui si sospetti che il lavoratore abusi del diritto concesso dalla Legge 104. La legge n. 104 del 1992 permette di ottenere il permesso mensile retribuito di tre giorni a tutti coloro i quali dimostrino di dover assistere un familiare portatore di handicap. Se, però, il datore di lavoro ha un sospetto fondato sull’uso improprio dei permessi da parte del dipendente, può controllarlo anche tramite un investigatore privato e, in caso di abuso, può licenziarlo per giusta causa.

Pare, invece, vada verso una maggiore tutela del lavoratore l’interpello numero 18 del 26 giugno 2014 del Ministero del Lavoro che ha chiarito come il diritto all’astensione dal lavoro notturno del lavoratore o della lavoratrice affidatario/a di un figlio convivente di età inferiore ai 12 debba estendersi anche per i padri e le madri rimasti vedovi. La richiesta di una chiarificazione della normativa vigente è stata avanzata dall’ARIS (l’Associazione Religiosa Istituti Socio sanitari). L’Associazione ha chiesto se l’art. 11, comma 2, del D. Lgs n. 66 del 2003, che disciplina il diritto ad astenersi dal lavoro notturno, potesse ricomprendere anche il caso del genitore rimasto vedono e affidatario di un figlio di età inferiore ai 12 anni. Dal Ministero è arrivata una risposta affermativa.

E sempre il Ministero del Lavoro ha risposto all’istanza di interpello avanzata da Confindustria che chiedeva come dovesse essere inquadrata la figura del fisioterapista. Si chiedeva, cioè, se alla luce dell’art. 69-bis della Legge Biagi (D.Lgs. n. 276/2003) il fisioterapista dovesse considerarsi un lavoratore autonomo (se in possesso di Partita Iva) o un lavoratore subordinato. Va detto che tale art. 69-bis, inserito dalla Legge Fornero (Legge 92/2012) per contrastare le "finte Partita IVA", prevede tre specifiche condizioni in presenza delle quali (almeno due su tre) si può parlare di rapporto di collaborazione coordinata e continuativa e, quindi, di una "fittizia Partita IVA". Ma sempre la stessa norma di legge, però, prevede due presupposti per i quali il lavoro è considerato comunque autonomo, anche se si verificano le condizioni precedenti: ciò avviene se il lavoratore, per svolgere la sua prestazione, deve basarsi su specifiche capacità tecnico-pratiche o se il lavoratore è iscritto a un ordine professionale, ad appositi registri, albi, ruoli o elenchi professionali qualificati. Nel caso del fisioterapista, dunque, il Ministero lo ha definito un lavoratore autonomo a tutti gli effetti poiché rispetta entrambi gli ultimi presupposti appena descritti (ha competenze tecnico-pratiche ed è iscritto all’elenco dei fisioterapisti).

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