Lavoro notturno escluso se il figlio è minore


Il Ministero del Lavoro precisa che il genitore di un figlio di età inferiore ai 12 anni e rimasto vedovo può rifiutarsi di lavorare di notte
Lavoro notturno escluso se il figlio è minore

Il lavoratore o lavoratrice che abbia un figlio convivente di età inferiore ai 12 anni può rifiutarsi di lavorare di notte. Il Ministero del Lavoro, in un interpello, ha precisato che il diritto all’astensione dal lavoro notturno, previsto per legge al genitore unico affidatario del minore, è valido anche per i padri e le madri rimasti vedovi. Il rifiuto, però, deve essere comunicato al datore di lavoro in forma scritta entro le 24 ore precedenti al turno di notte prestabilito.

La richiesta di una chiarificazione della normativa vigente è stata avanzata dall’ARIS (l’Associazione Religiosa Istituti Socio sanitari) al Ministero del Lavoro. Nello specifico, l’Associazione ha chiesto se l’art. 11, comma 2, del D. Lgs n. 66 del 2003, che disciplina il diritto ad astenersi dal lavoro notturno, potesse ricomprendere anche il caso del genitore rimasto vedono e affidatario di un figlio di età inferiore ai 12 anni. Il Ministero del Lavoro, con l’interpello numero 18 del 26 giugno 2014, ha dato risposta affermativa.

La fonte normativa alla base della chiarificazione ministeriale è, appunto, il citato D. Lgs n. 66 del 2003 che regola il rapporto di lavoro in merito all’orario, al diritto alle ferie e ai permessi e al lavoro notturno. Proprio con riferimento a quest’ultimo tema, il comma 2 dell’art. 11 sancisce che "i contratti collettivi stabiliscono i requisiti dei lavoratori che possono essere esclusi dall'obbligo di effettuare lavoro notturno. E' in ogni caso vietato adibire le donne al lavoro, dalle ore 24 alle ore 6, dall'accertamento dello stato di gravidanza fino al compimento di un anno di età del bambino. Non sono inoltre obbligati a prestare lavoro notturno:
a) la lavoratrice madre di un figlio di età inferiore a tre anni o, in alternativa, il lavoratore padre convivente con la stessa;
b) la lavoratrice o il lavoratore che sia l'unico genitore affidatario di un figlio convivente di età inferiore a dodici anni;
c) la lavoratrice o il lavoratore che abbia a proprio carico un soggetto disabile ai sensi della legge 5 febbraio 1992, n. 104, e successive modificazioni.

Il caso del genitore vedovo convivente del minore è stato considerato dal Ministero del Lavoro come una fattispecie rientrante nel punto b) paragonando, quindi, il genitore separato o divorziato affidatario del minore al genitore rimasto vedono, dato che in entrambi i casi la madre o il padre sarebbero gli unici affidatari. Sempre lo stesso D. Lgs n. 66 del 2003 chiarisce, inoltre, cosa si intenda per lavoro notturno. L’art. 1, comma 2, lo definisce come un "periodo di almeno sette ore consecutive comprendenti l'intervallo tra la mezzanotte e le cinque del mattino", mentre è considerato un lavoratore notturno colui che "durante il periodo notturno svolga almeno tre ore del suo tempo di lavoro giornaliero impiegato in modo normale" o che "svolga durante il periodo notturno almeno una parte del suo orario di lavoro secondo le norme definite dai contratti collettivi di lavoro. In difetto di disciplina collettiva è considerato lavoratore notturno qualsiasi lavoratore che svolga lavoro notturno per un minimo di ottanta giorni lavorativi all'anno; il suddetto limite minimo è riproporzionato in caso di lavoro a tempo parziale".

Va sottolineato che l’art. 11 prescrive come il lavoro notturno sia espressamente vietato per le donne in gravidanza e fino al compimento di un anno di età del bambino, mentre per età superiori del minore e fino ai 12 anni, l’esclusione dal lavoro notturno sia, invece, solo una facoltà del genitore. Ciò significa che il lavoratore che intenda usufruire di tale diritto, deve darne espressa comunicazione al datore di lavoro, in forma scritta ed entro e non oltre le 24 ore precedenti al turno notturno previsto. In caso di mancata accettazione da parte dell’azienda della richiesta di astensione al lavoro notturno avanzata dal genitore vedovo, il titolare è punibile con l’arresto da due a quattro mesi o con l’ammenda da 516 euro a 2.582 euro, così some previsto dall’art. 18-bis, sempre del D. Lgs n. 66 del 2003.

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