Lettere d'intento a carico dell'esportatore abituale


Il ribaltamento dell'onere della trasmissione telematica all'Agenzia delle Entrate, a partire dal 2005, è contenuta nel D.Lgs sulle semplificazioni fiscali
Lettere d'intento a carico dell'esportatore abituale

Dal 1° gennaio 2015 sarà l’esportatore abituale a dover trasmettere telematicamente all’Agenzia delle Entrate le dichiarazioni di intento e a dover, successivamente, consegnare il modello di invio e la ricevuta di presentazione al fornitore o in dogana. E’ quanto stabilito dal Decreto Legislativo in materia di semplificazioni fiscali, che ribalta sull’esportatore abituale un onere che finora è sempre spettato al fornitore.
Infatti, nell’articolo 20, comma 1, lett. a) del D.Lgs sulle semplificazioni fiscali è prevista la modifica dell’articolo 1, comma 1, lett. c) del DL 746/1983 (convertito con modificazioni dalla Legge 17/1984).
Secondo tale norma variata, l'intento di avvalersi della facoltà di effettuare acquisti o importazioni senza applicazione della imposta deve risultare "da apposita dichiarazione, redatta in conformità al modello approvato con decreto del Ministro delle finanze, contenente l'indicazione del numero di partita IVA del dichiarante nonché l'indicazione dell'ufficio competente nei suoi confronti, trasmessa telematicamente all’Agenzia delle entrate, che rilascia apposita ricevuta telematica. La dichiarazione, unitamente alla ricevuta di presentazione e rilasciata dall’Agenzia delle entrate, sarà consegnata al fornitore o prestatore, ovvero in dogana".

Detto ciò, chi può considerarsi esportatore abituale? La nostra normativa lo definisce come un soggetto passivo Iva che compie operazioni di export il cui valore totale superi il 10% del fatturato complessivo registrato nell’anno precedente o negli ultimi 12 mesi (nel caso di adozione del plafond mobile). Superata tale soglia si è considerati esportatori abituali e si è sottoposti a un regime particolare dettato dall’esigenza di normalizzare i flussi di IVA a credito e a debito.
Come stabilito dal DPR 633/72, le operazioni di export sono non imponibili Iva e ciò significa, per l’esportatore abituale, non contabilizzare alcuna imposta indiretta a debito. Se, in aggiunta, l’esportatore abituale dovesse vantare, come di regola, dei crediti IVA sulle operazioni di acquisto (ad esempio per materie prime, macchinari...) si verrebbe a creare una sperequazione fiscale di trattamento rispetto ai soggetti passivi IVA non esportatori abituali e un cospicuo aggravio per l’Erario. Estremizzando il concetto, se l’esportatore abituale conseguisse tutto il suo fatturato esclusivamente attraverso operazioni di export, avrebbe il notevole vantaggio di registrare unicamente IVA a credito.
Per ovviare a tale situazione e per normalizzare i saldi dell’IVA, l’esportatore abituale è sottoposto a un regime in base al quale deve compiere gli acquisti senza poter vantare IVA a credito fino a raggiungere un plafond calcolato in base al volume d’affari realizzato con l’export.

In questo meccanismo entra in gioco la dichiarazione o lettera d’intento: l’esportatore abituale deve compilare e inviare all’Agenzia delle Entrate e al proprio fornitore tale documento in modo da ricevere fattura senza addebito IVA. Non tutti gli acquisti, però, possono essere effettuati attraverso tale sistema. Sono esclusi, infatti, quelli dei fabbricati o delle aree edificabili, i contratti di leasing o gli acquisti di beni e servizi con IVA detraibile.
Altra condizione da seguire, è che il perfezionamento dell’acquisto deve avvenire tassativamente dopo che il fornitore abbia ricevuto dall’esportatore abituale (e verificato telematicamente) la lettera di intenti e la ricevuta dell’Agenzia delle Entrate che autorizzi l’operazione non imponibile. Se ciò non accade, il fornitore è punito con una sanzione amministrativa che va dal 100% al 200% dell’imposta non applicata.
Infine, sempre il fornitore ha l’obbligo di annotare, in sede di dichiarazione annuale dell’IVA, i dati di tutte le operazioni effettuate senza l’addebito di imposta.

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