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A maggio ancora un'altra inversione della curva dei rendimenti, si preannuncia una recessione?


Si ripete nuovamente il fenomeno dell’inversione della curva dei rendimenti, evento che, sui manuali di economia, è visto come premonitore di una prossima recessione
A maggio ancora un'altra inversione della curva dei rendimenti, si preannuncia una recessione?

Si ripete nuovamente il fenomeno dell’inversione della curva dei rendimenti, evento che, sui manuali di economia, è visto come premonitore di una prossima recessione.

Non a caso da sempre gli occhi degli investitori professionali monitorano con attenzione le pendenze delle curve dei rendimenti dei titoli di stato dei paesi economicamente avanzati per capire in anticipo come muoversi sui mercati..

Ma cos'è la curva dei rendimenti?

La curva dei rendimenti è un grafico lineare che rappresenta i diversi rendimenti di titoli della stessa natura, di solito titoli di stato di un paese in funzione della loro scadenza; è normale, infatti, per chi incassa interessi su un prestito, pretendere tassi maggiori per scadenze più lunghe in ragione della maggiore incertezza legata al rimborso del prestito.

Ricordando che la parte breve della curva è influenzata direttamente dalla politica monetaria delle Banche Centrali mentre la parte lunga risente delle aspettative degli investitori, la teoria classica prevede normalmente che la curva sia inclinata positivamente, con una pendenza cioè crescente al crescere della scadenza del prestito. Il perché è presto detto, riflettendo sul fatto che nelle fasi di espansione economica il mercato sconta aspettative di inflazione crescente, quindi, tassi crescenti ad ogni rinnovo che inducono gli investitori a posizionarsi sulle scadenze più brevi a scapito di quelle più lontane che vengono vendute con il risultato di far salire i rendimenti sulla parte lunga (ricordiamo che un calo dei prezzi si associa all’aumento dei rendimenti e viceversa).

Accade, però, che la curva si appiattisca, esprimendo, quindi, una costanza di tassi d’interesse anche su scadenze molto diverse o addirittura che si inverta, caso in cui i tassi a breve termine superano quelli a lungo termine: quest’ultimo fenomeno è spesso legato a periodi di recessione economica per cui, contrariamente alla prima ipotesi, in previsione di futuri ribassi dei tassi d’interesse (sull’aspettativa che le banche centrali intervengano a sostegno dell’economia), gli investitori preferiscono acquistare scadenze più lunghe per assicurarsi da subito tassi più alti con il risultato di far salire i prezzi e, di conseguenza, provocare un ribasso dei rendimenti sulla parte lunga della curva.


Sarà recessione?

Fin qui la teoria: negli ultimi anni, però, a seguito della lunghissima stagione di tassi artificiosamente tenuti bassi dalle banche centrali di tutto il mondo, il paradigma sembra essere cambiato e si guarda ora alla situazione con occhi diversi, non tanto per la preoccupazione di una recessione in arrivo quanto piuttosto per il nuovo scenario che è venuto delineandosi per il quale la crescita mondiale si sviluppa in un contesto di bassa inflazione: pertanto la teoria classica, che si basa sulle aspettative di inflazione, pare non essere più sufficiente a spiegare da sola l’andamento della curva dei rendimenti.

In questo scenario, pertanto, prevale di più l’incertezza che domina sui mercati, a causa principalmente della questione legata ai dazi americani, che induce gli investitori ad alleggerire il peso azionario dei portafogli per acquistare titoli di Stato che, almeno nel caso americano, rendono comunque più del 2%. Ecco perchè, forse, recessione non sarà.

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