Assegno di divorzio: i recenti orientamenti della Cassazione


Novità in tema di criteri attributivi dell'assegno divorzio, l'intervento delle SS.UU. della Suprema Corte n. 18287 del 2018
Assegno di divorzio: i recenti orientamenti della Cassazione

La disciplina riguardante il divorzio è dettata dalla L.898/1970 (c.d. Legge sul divorzio), la quale prevede, tra l'altro, che un ex coniuge sia tenuto al versamento, in favore dell'altro, di un contributo mensile, definito assegno divorzile. Recentemente, l'istituto è stato interessato da alcune pronunce della Suprema Corte di Cassazione, la quale si è nuovamente espressa sui criteri attributivi dell'assegno.


NORMATIVA DI RIFERIMENTO

I criteri per il riconoscimento e la quantificazione dell’assegno divorzile sono fissati dall’art. 5, 6 comma l. 8981970 (e succ.mod), che prevede: “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.


LA SENTENZA GRILLI E IL PRINCIPIO DI AUTORESPONSABILITA' DEGLI EX CONIUGI

La Corte di Cassazione, con l’ormai nota sentenza del 10 maggio 2017 n. 11504, detta sentenza Grilli sembrava aver stravolto per sempre l’istituto, prevedendo quale criterio dirimente per la concessione dell’assegno divorzile solo l’incapacità del coniuge richiedente di potersi sostenere economicamente.
Al momento della sua emanazione, tale sentenza è stata accolta dal pubblico e dagli addetti ai lavori come una novità prorompente: la Suprema Corte, affermando il principio della “autoresponsabilità” degli ex coniugi, superava il criterio del c.d. “tenore di vita”, limitando le ipotesi di riconoscimento dell’assegno a quei soli casi in cui il coniuge richiedente potesse dimostrare di non poter provvedere autonomamente al proprio mantenimento.
Sulla scorta di questo nuovo indirizzo, molti ex coniugi hanno proposto una modifica delle condizioni del proprio divorzio, al fine di veder riconsiderare le precedenti statuizioni e ottenere la revoca degli assegni divorzili concessi in virtù dell’orientamento precedente.
Certamente, la sentenza Grilli aveva un forte carattere innovativo: la Suprema Corte, per la prima volta, stigmatizzava le c.d. “rendite di posizione”, evidenziando il carattere definitivo del divorzio, atto a eliminare il vincolo coniugale ed i connessi doveri di solidarietà morale ed economica, così da comportare l’obbligo per ciascun ex coniuge di provvedere a se stesso.
Tale orientamento, peraltro, sembrava destinato a consolidarsi, atteso che a pochi mesi di distanza, la Cassazione era nuovamente intervenuta (sentenza n. 6663/2018), ribadendo che l’assegno divorzile doveva essere riconosciuto ai soli soggetti riconosciuti privi di capacità economica tale da non riuscire a sopravvivere in modo dignitoso.
Ovviamente, la sentenza Grilli è da subito andata incontro anche a diverse critiche, anche da parte dei giudici di merito. Il Tribunale di Roma[1], ad esempio, non ha mancato di sottolineare come il criterio della c.d. insufficienza economica del coniuge richiedente stabilito dalla Cassazione andasse comunque integrato con ulteriori riferimenti, quali la posizione sociale della famiglia, per adeguare l’istituto dell’assegno divorzile al caso concreto trattato.
Ciò in ossequio all’orientamento precedente, a lungo seguito ed affermato dalla Sezioni Unite nella sentenza n.11490/90.


L'INTERVENTO DELLE SS.UU. DELLA SUPREMA CORTE: LA SENT.N. 18287 DELL'11 LUGLIO 2018

A dirimere il contrasto giurisprudenziale così delineatosi, sono intervenute le Sezioni Unite, le quali, a nemmeno un anno di distanza dalla sentenza Grilli, si sono pronunciate con la sentenza n.18287 dell’11 luglio 2018.

La Cassazione, nella sua massima composizione, ha, così, sottolineato la necessità di indicare un percorso interpretativo che tenesse conto sia dell’esigenza riequilibratrice posta a base dell’orientamento precedente e consolidato, sia della necessità di attualizzare il diritto al riconoscimento dell’assegno divorzile agli standards europei. In tal senso, è stato rilevato che l’articolo 5 L. divorzio attribuisce all’assegno in parola funzione assistenziale, riconoscendo il relativo diritto quando la parte non abbia “mezzi adeguati” e non possa procurarseli per ragioni obiettive. Affinché la valutazione di tale adeguatezza sia effettiva e concreta, tuttavia (trattandosi di un criterio intrinsecamente relativo), il giudice di merito deve tener conto degli indicatori contenuti nella norma di riferimento.

L’indice principale di cui il giudice deve tener conto, dunque, è quello della valutazione delle condizioni economiche – patrimoniali delle parti, la cui verifica dovrà essere causalmente legata agli altri indicatori dell’art. 5 c.6 L. divorzio (quali il contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto), “al fine di accertare se l’eventuale rilevante disparità della situazione economica – patrimoniale degli ex coniugi (…) sia dipendente da scelte di conduzione della vita familiare adottare e condivise in costanza di matrimonio, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti (…), in funzione alla durata (…), oltre che delle effettive potenzialità professionali e reddituali valutabili alla conclusione della relazione matrimoniale, anche in relazione all’età del coniuge richiedente e alla conformazione al mercato del lavoro” (Cass. Sez. Un. n.18287/18).

Sembrava, dunque, che tutto fosse destinato a tornare come prima.

Infatti, ancorché nella motivazione della sentenza la SS.UU. non abbiano del tutto sconfessato il ragionamento della sentenza Grilli, di fatto, la reintroduzione della valutazione di tutti i criteri di all’art. 5 L. divorzio, primo fra tutti quello del tenore di vita, evidenzia l’incompatibilità di quest’ultimo orientamento con quel principio di autoresponsabilità degli ex coniugi, che era alla base della sentenza in parola.


LA SENTENZA N. 406 DEL 10 GENNAIO 2019: UNA NUOVA APERTURA?

La recentissima sentenza n. 406 del 10 gennaio 2019, sembra invece aver rimesso tutto in discussione. In tale pronuncia, la Suprema Corte, afferma infatti che l’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, seppure di fatto, rescinde ogni connessione con il precedente tenore e modello familiare matrimoniale, facendo venir meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile da parte dell’altro coniuge.

L’onerato, per potersi esimere dal versamento dell’assegno, dovrà ricorrere giudizialmente onde ottenere un provvedimento che modifichi le precedenti statuizioni, dimostrano la nuova relazione del beneficiario del mantenimento.

La rilevanza dell’instaurazione di nuove relazioni, ai fini dell’attribuzione dell’assegno divorzile (e di mantenimento), non è certo una novità: la giurisprudenza si era già pronunciata più volte in tal senso.

Ciò che è interessante, in questo caso, è il ragionamento svolto dalla Suprema Corte, laddove richiama implicitamente quello che era alla base della sentenza Grilli con riguardo alla cessazione di qualsiasi obbligo di assistenza morale e materiale e al principio di autoresponsabilità fra ex coniugi.

Il dibattito in materia, pertanto, non sembra ancora concluso. Certo è che, gli esiti dei giudizi di divorzio e di modifica delle relative condizioni, oggi non sono più così scontati, atteso che linea comune di tutti gli orientamenti che si sono succeduti negli ultimi anni è quella di sottolineare la centralità del giudice di merito, chiamato oggi, più che mai, a valutare la specificità del caso concreto.

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[1] Trib. Roma 11 settembre 2017, n. 16887, richiamata in Famiglia e dir. 2018, 70; Trib. Roma 26 settembre 2017, Foro It., 2017, I, 3189.

 

Articolo del:


di Avv. Annalisa De Stefano

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